Guariento Mario | DOMENICA 02.05.2021
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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DOMENICA 02.05.2021

30 Apr DOMENICA 02.05.2021

Domenica scorsa Gesù si era autorivelato come il «pastore bello», non per indulgere ad un’estetica narcisistica, ma per spingere ad andare oltre le apparenze e cogliere la «bellezza» di quanto si vede e si sperimenta, che di norma è nascosta nel segreto profondo dell’anima umana. La «bellezza» cristiana è l’esperienza della vita che si fa comunione di ricerca, di cammino, di fini, d’ideali e di fede. Il «pastore bello» è amorevole, è accogliente, è custode delle pecore, trova i pascoli e le sorgenti perché la sua «bellezza» è il riflesso del benessere delle sue pecore che ama con tutte le fibre del suo animo. In questa domenica Gesù si auto-presenta come vite innestata nel Padre: «Io-Sono la vite vera» e che diventa «la vite» su cui sono innestati i discepoli, creando così un circuito di linfa che non si ferma, ma si espande. L’evangelista sta parlando della comunità cristiana dove c’è un amore che viene comunicato dal Signore e questo amore si deve trasformare in amore dimostrato agli altri. Nell’Eucaristia il credente accoglie un Gesù che si fa pane, fonte di vita, per poi essere disposto a farsi pane, fonte di vita per gli altri. Ci può essere il rischio che nella comunità ci sia chi assorba questa linfa vitale, questa energia, questo pane, ma poi non si faccia pane per gli altri, non trasformi l’amore che riceve in amore per gli altri. E’ un elemento passivo, che pensa soltanto al proprio interesse, a se stesso, e quindi non comunica vita. è un tralcio che è inutile. “Ma ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo purifica. Cosa significa “lo purifica?” Il Padre che ha a cuore che il tralcio porti molto frutto sa individuare quegli elementi nocivi, quelle impurità, quei difetti che ci sono nel tralcio e provvede a eliminarli. L’azione è del Padre; non deve essere il tralcio a centrarsi su sé stesso, ad individuare i propri difetti e cercare di eliminarli. L’uomo si realizza non quando pensa a se stesso, alla propria perfezione spirituale, che può essere tanto illusoria e lontana quanto è grande la propria ambizione; l’uomo deve centrarsi sul dono totale di sé, sulla consegna di sé all’Amato. Non c’è dubbio che in ognuno di noi ci sono dei limiti, dei difetti. Sarà il Padre che, quando vede che questi limiti e tendenze negative sono di impedimento al portare più frutto, lui penserà ad eliminarli, non noi! Lo Spirito del Risono oggi resta vivo e operante nella sua Chiesa in molte forme, ma la sua presenza invisibile e silenziosa acquista tratti visibili e voce concreta grazie al ricordo conservato nei racconti evangelici da quanti lo conobbero da vicino e lo seguirono. Nei vangeli ci mettiamo in contatto col suo messaggio, il suo stile di vita e il suo progetto di una umanità nuova.


Per questo, nei vangeli si nasconde la forza più potente che le comunità cristiane possiedono per rigenerare la loro vita, l’energia di cui abbiamo bisogno per recuperare la nostra identità di discepoli dl Signore.  Per essere cristiani oggi c’è bisogno di un’esperienza vitale di Gesù Cristo, di una conoscenza intima della sua persona e di una passione per il suo progetto che sono richiesti per essere testimoni in una società post-cristiana. Se non impariamo a vivere di un contatto più immediato e appassionato con Gesù, la decadenza del nostro cristianesimo potrà trasformarsi in una malattia mortale.
Oggi noi cristiani viviamo preoccupati e distratti da molte questioni. Non dobbiamo però dimenticare l’essenziale: tutti siamo «tralci», solo Gesù è «la vite vera». La cosa decisiva in questi momenti è «rimanere in lui»: applicare tutta la nostra attenzione al vangelo; alimentare nelle nostre comunità il contatto vivo con lui; non separarci dal suo progetto.
L’immagine è di una forza straordinaria. Gesù è la «vite», noi che crediamo in lui siamo i «tralci». Tutta la vitalità dei cristiani viene da lui. Se la linfa di Gesù risorto scorre nelle nostre vite, ci porta gioia, luce, creatività, coraggio di vivere come viveva lui. Se, al contrario, non fluisce in noi, siamo tralci secchi. È questo il vero problema di una Chiesa che celebra Gesù risorto come «vite» piena di vita, ma che a volte è formata da rami secchi. A quale fine continuare a distrarci in tante cose se la vita di Gesù non scorre nelle nostre comunità e nei nostri cuori? Il nostro primo compito, oggi e sempre, è quello di «rimanere» nella vite, di non vivere staccati da Gesù, non restare senza linfa, non disseccarci più, vivere l’incontro personale con Cristo.  La fede non è un’emozione del cuore. Senza dubbio, il credente sente la propria fede, la sperimenta e l’assapora, ma sarebbe un errore ridurla a «sentimentalismo». La fede non è qualcosa che dipende dai sentimenti: «Non sento più niente… Starò perdendo la fede». Essere credenti è un atteggiamento responsabile e ragionato.

La fede comincia a sfigurarsi quando dimentichiamo che, prima di tutto, è un incontro personale con Cristo. Il cristiano è una persona che si incontra con Cristo e in lui scopre un Dio amore che lo convince e lo attrae ogni giorno di più. Lo dice molto bene Giovanni: «E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore».
La fede porta frutto solo quando viviamo giorno dopo giorno uniti a Cristo, vale a dire motivati e sostenuti dal suo Spirito e dalla sua Parola: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla».
L’immagine è veramente eloquente. Ogni tralcio che è vivo deve produrre frutto. E se non lo fa, è perché in esso non circola la linfa vitale. Anche la nostra fede è così: vive, cresce e porta frutto quando viviamo aperti alla comunicazione con Cristo. Se questo rapporto vitale si interrompe, abbiamo eliminato la fonte della nostra fede.