Guariento Mario | DOMENICA 01.08.2021
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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DOMENICA 01.08.2021

30 Lug DOMENICA 01.08.2021

Giovanni 6,24-35

Il vangelo riprende la seconda tappa del lungo discorso del pane. Qui non ci troviamo di fronte a un discorso «storico» fatto da Gesù, ma a una riflessione teologica sviluppata dalla comunità giovannea, ormai matura nella fede. In Giovanni il dato puramente storico si perde di fronte al significato che esso rivela. Il brano di oggi mette le distanze tra il pensiero della folla che si accontenta di quello che vede, il pane materiale e l’atteggiamento di Gesù che invece si situa a un livello interiore più profondo perché, attraverso questo fatto, l’evangelista vuole svelare la personalità di Gesù. Il vero «fatto storico» che conta è seguire Gesù e la sua proposta di salvezza. La folla, che vede rompersi il giochino delle apparenze, del miracolo con cui trastullarsi, resta delusa. La delusione diventa opposizione e l’opposizione rifiuto anche dell’evidenza: la folla valuta come «banale» la moltiplicazione dei pani, che pure ha mangiato e in abbondanza, e la mette a confronto con la manna dei loro padri considerandola, questa sì, un vero miracolo. Gesù non si scompone: egli ribatte di essere lui «il pane di vita». Le folle osannanti sono pericolose perché come innalzano, così crocifiggono. Gesù non va mai dietro alle folle, ma si difende spesso da esse fuggendo perché la folla è massa, non ha anima, ma solo emotività superficiale che cambia secondo l’umore del momento o in misura di chi grida più forte.

Se si vuole incontrare Gesù bisogna uscire dallo schema della religione che imprigiona la relazione affettiva e sprigiona solo l’adempimento formale, rituale e ripetitivo. Dicendo di essere il «pane disceso dal cielo», Gesù invita ciascuno di noi ad entrare nella logica di Dio che chiede di comunicare con noi: in fondo mangiare insieme è il segno dell’intimità di vita. L’Eucaristia è questo traguardo, ma anche punto di partenza: qui non c’è il miracolo banale o sontuoso perché siamo di fronte alla Parola che viene affidata alla verità dell’ascolto di chi la vuole ricevere e ad un pane talmente povero che deve spezzarsi per farsi nutrimento di molti fino a scomparire. Veramente Dio annienta se stesso per rinascere dentro di noi e stabilire con noi un contatto profondo che solo la coscienza sa decifrare.
Questo via vai sul mare, mette in evidenza una scena movimentata: gente che si muove, corre, si sposta da una riva all’altra; chi parte e chi resta. Ogni volta che c’è Gesù, tutto si mette in movimento: la natura, le barche, i discepoli, la gente, gli egoismi, gli interessi, la diffidenza, la fede, l’incredulità, il desiderio di cercare, di trovare e d’incontrare o fallire l’incontro. Egli è veramente la «pietra scartata dai costruttori, divenuta la pietra d’angolo» Anche quando Gesù non c’è fisicamente, la sua presenza è attesa e guida dall’una all’altra riva. È un modo plastico per dire che Gesù è il Signore della Storia.

Possiamo anche «cercare» Gesù, possiamo anche «trovarlo» materialmente, possiamo anche attraversare il mare per andare «dove lui si trova», ma non è scontato che lo incontriamo ed entriamo in intimità con la sua «vera identità»: spesso incontriamo l’immagine che noi ci siamo fatti di lui, un’immagine gratificante e confortevole, rassicurante. Ci illudiamo di conoscerne il volto, senza preoccuparci che così testimoniamo non il volto di Dio, ma una sua deformazione. Giovanni usa un vocabolario specifico per indirizzarci sulle tracce del «mistero» della personalità di Gesù. La domanda è secca e non permette di scantonare: Chi è Gesù per me? Cercare Gesù, trovarlo, incontrarlo, averne fame, scoprirne il volto e la personalità vera è una fatica che c’impegna il giorno dell’intera vita. Tutto il brano è centrato sulla scoperta della vera personalità di Gesù: i segni che egli opera sono indizi lasciati a noi perché giungiamo al vero e unico segno: l’opera della fede, la sola che possa farci capire la portata e il senso dei segni di Dio.

Da tutto il testo emerge una relazione profonda tra pane e fede perché la seconda senza il primo non si regge in piedi. La fede deve essere nutrita in modo costante perché vive e muore come una persona. In questa unità, in cui Gesù invita alla fede, si trova materialmente al «centro» dell’unità, imperniata sul tema del pane che discende dal cielo. La manna di Mosè nutriva per il tempo della carestia del pane, mentre il pane «quello vero» ha un’identità precisa: «Io-Sono il Pane» che ci svela una delle profondità di Dio, ovvero il Pane è la Persona del Figlio che vive la missione di inviato per svelare a chiunque lo mangia la propria identità. Non mangiamo il pane per nutrirci e toglierci la fame, ma per conoscere Dio e conoscere noi perché il Pane dato svela «la verità» di Dio e la verità di chi lo riceve perché genera «il segno» per eccellenza: credere in lui.  La liturgia ci pone in una dinamica di «cercare-trovare», lasciare una riva del mare per andare verso l’altra. Qual è la riva attuale in cui è «adagiata» la mia vita? Forse bisogna che mi fermi un poco per vedere cosa devo lasciare, quali ormeggi devo tagliare per permettere alla barca di andare verso l’altra riva. Ho forse paura di avventurarmi in mare aperto? Comodità, sicurezze, idoli, consuetudini mi trattengono per cui mi accontento di «chi-non-sono»?

La tendenza degli uomini e delle donne di religione spesso è portata alla acquiescenza di ciò che si vive, dando per scontato che la fede sia una vita di rendita: basta limitarsi a fare le cose che si sono sempre fatte, eliminando così non solo la novità della vita che non si attarda mai sulle cose passate, ma la stessa novità di Dio che non parla mai la stessa parola perché il Signore è il Dio del cuore nuovo e dello spirito nuovo. Dio si fa pane e si offre all’uomo, per essere mangiato ed assimilate e invita l’uomo a farsi pane ed offrirsi in dono, per molti e per tutti. Inizia una storia nuova per divenire universale e perenne. L’eucaristia così, mentre si dona si cresce, mentre si loda e si ringrazia nasce la speranza, la gioia di vivere, mentre si canta col Maestro l’inno di grazie si impara e si vive la coralità di sinfonie ed armonie di cuori, mentre si narra quel gesto si proclama disponibilità ed impegno comune, per assicurare condivisione e collaborazione per produrre pani di giustizia, di uguaglianze di diritti, di rispetto di dignità per ogni uomo.

E questo grazie ad ogni tipo di pane, a quello di frumento, azzimo, o non condito: ognuno diventa pane vero e autentico, perché fatto di alleanze con Dio e tra gli uomini, perché pane non barattato, non contaminato, non prezzolato, ma impastato di vita e di soffio divino recante il suo sigillo di amore, anche estremo. Il nostro mondo cristiano ha bisogno di una rivoluzione, che parte dal centro di noi: mettere al centro non la Verità, ma l’Amore che è responsabilità e cura dell’Altro.