06 Set DOMENICA 05.09.2021
Marco 7, 31 – 37
Spesso i profeti di Israele usavano la «sordità» come metafora provocatoria per parlare della testardaggine e della resistenza del popolo verso il suo Dio. Israele «ha orecchi, ma non ode» ciò che Dio gli sta dicendo. Per questo, un profeta chiama tutti a conversione con queste parole: «Sordi, ascoltate».
Gesù prende in disparte il malato, lontano dalla folla, e si concentra su di lui. È necessario il raccoglimento e la relazione personale. Abbiamo bisogno di un clima che consenta un contatto più personale e vitale con Gesù. La fede in Gesù Cristo nasce e cresce in questa relazione con lui. Gesù opera intensamente sugli orecchi e sulla lingua del malato, ma non basta. È necessario che il sordo collabori. Per questo, Gesù dopo aver levato gli occhi al cielo, alla ricerca della collaborazione del Padre alla sua opera di guarigione, grida al malato la prima parola che deve ascoltare chi vive sordo a Gesù e al suo vangelo: «Apriti». È urgente che anche oggi noi ascoltiamo questa chiamata di Gesù. Sarebbe funesto oggi vivere sordi alla sua chiamata: non udire oggi la sua parola di vita, non ascoltare la sua Buona Notizia, non cogliere i segni dei tempi, vivere chiusi nella nostra sordità. La forza di guarigione di Gesù non riesce a operare.
Gesù lo prende in disparte e si concentra sulla sua opera di guarigione. Pone le dita nei suoi orecchi e cerca di vincere quella resistenza che non gli permette di ascoltare nessuno. Con la sua saliva inumidisce quella lingua paralizzata per dare fluidità alla sua parola. Il sordomuto non collabora, e Gesù fa un ultimo sforzo. Emette un forte sospiro guardando verso il cielo in cerca della forza di Dio e, poi, grida all’infermo «Apriti!».
Quell’uomo esce dal suo isolamento e, per la prima volta, scopre cosa significa vivere ascoltando gli altri e conversando apertamente con tutti.
Se viviamo sordi al messaggio di Gesù, se non comprendiamo il suo progetto, se non cogliamo il suo amore, ci chiuderemo nei nostri problemi e non ascolteremo quelli della gente. Ma allora non sapremo annunciare la Buona Notizia di Gesù.
Il rischio è sempre la fuga. Chiuderci nell’occupazione di ogni giorno e nient’altro. Vivere senza interiorità. Camminare senza bussola. Non riflettere. Perdere anche il desiderio di vivere con maggiore profondità. La parola di Gesù risuona anche oggi come un imperativo per ciascuno: «Apriti!». Quando non ascolta gli aneliti più umani del suo cuore, quando non si apre all’amore, quando, in definitiva, si chiude al Mistero, la persona si separa dalla vita, si chiude alla grazia e mura le sorgenti che potrebbero farla vivere. Quando agiamo egoisticamente ci allontaniamo dagli altri, ci separiamo dalla vita e ci chiudiamo in noi stessi. Volendo difendere la nostra libertà e indipendenza corriamo il rischio di vivere sempre più soli.
Senza dubbio è bene apprendere nuove tecniche di comunicazione, ma dobbiamo imparare, innanzitutto, ad aprirci all’amicizia e all’amore vero. Anche oggi, l’egoismo, la diffidenza e la mancanza di solidarietà sono ciò che più ci separa e ci isola gli uni dagli altri. Per questo, la conversione all’amore è un percorso indispensabile per sfuggire alla solitudine. Chi si apre all’amore del Padre e dei fratelli non è solo. Vive in modo solidale. La fede cristiana è sempre chiamata alla comunicazione e all’apertura. Aprire la propria sensibilità, il cuore e la coscienza è l’inizio di un processo autentico di benessere interiore, di salvezza, per poi aprire le porte a Cristo, per ascoltarlo nella diversità delle lingue di ogni uomo destinato all’amicizia di Dio. L’attualità di questo vangelo è avvincente. Viviamo nella società delle tecnologie dell’informazione. Le tecnologie che ci riempiono di notizie, ma ci nascondono le verità. E soprattutto ci allontanano dalle persone, dai problemi delle persone, dal dolore e dalla gioia che vivono gli esseri umani. Sappiamo molto degli altri, ma non li conosciamo, i loro veri problemi non ci interessano, non ci importano, non li sentiamo come nostri. E così capita che ogni giorno siamo più soli. E finiamo con l’essere più egoisti.
Noi partecipiamo all’Eucaristia per imparare a vedere le cose e noi stessi con altri occhi, con lo sguardo profondo di Dio che conosce noi più di noi stessi, per purificare i nostri criteri di valutazione e per guardare la vita con gli occhi di Dio. «Apriti!» è l’invito che facciamo nostro nella coerenza della fede per essere capaci di dire agli smarriti di cuore di non temere i pericoli della vita perché il Signore è vicino attraverso di noi: Siamo noi che dobbiamo dire ai ciechi di vedere, agli zoppi di camminare e ai sordi di udire, perché se non siamo capaci di compiere i miracoli della solidarietà, quale fede possiamo testimoniare? Dio con Isaia promette un capovolgimento anche della natura, noi quale capovolgimento della vita offriamo agli occhi del mondo sempre più distratto e più banale?
«Apriti!» è l’invito a spalancare il nostro udito e la nostra mente ai pensieri e alle parole di Dio per essere in grado di percepire le parole di vita e i sussurri di aiuto che provengono dal cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, ai quali dobbiamo parlare di Dio attraverso la nostra testimonianza perché possano ascoltarlo e contemplarlo. Con l’aiuto di Dio vogliamo aprirci all’azione di novità dello Spirito Santo, vogliamo aprirci al mondo che Dio ama, all’amore e alla misericordia, per annunciare con la nostra vita che vale la pena vivere, nonostante tutto, perché Dio ci ama e ci manda ad amare. «Apriti!» è sconfinamento, immensità: l’opposto esatto e contrario di chiusura e grettezza.