26 Lug DOMENICA 25.07.2021
Giovanni 6,1-15
Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Il vangelo non lascia nulla al caso e in una riga dà tutte le coordinate necessarie. Il monte è il luogo dell’incontro con Dio. Sedersi è l’atteggiamento del maestro, di colui che insegna: discepolo è colui che impara, che attinge dalla sapienza del maestro. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui. Gesù vede questa gente che accorre. In questo vedere c’è tutta la sua attenzione per ogni singola persona. Non siamo gregge, non siamo gruppo: siamo persone, uomini e donne e Gesù conosce nell’intimo ognuna di quelle persone. L’amore di Dio ti raggiunge là dove sei, come sei, non devi dimostrare nulla, solo aprire le braccia e accogliere il dono.
Gesù si fa carico delle persone che lo circondano, è attento ai loro bisogni, e desidera il loro bene. Il vangelo di Cristo ci insegna che l’incarnazione del Figlio di Dio è la chiave che ci apre la porta del mistero, non solo del mistero di Dio, ma anche il mistero dell’uomo, della sua essenza. Cristianesimo non è astrazione, alienazione; seguire Gesù significa essere pienamente uomo, pienamente donna, e da quell’umanità vissuta e non fuggita, contemplare il volto del Padre.
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea tenta una soluzione, ma mentre la esprime si rende conto che la cosa non sta in piedi. Eppure non frena il suo entusiasmo di aver trovato qualcosa di commestibile. Gli studiosi vedono in questi cinque pani e due pesci la pienezza, (5+2=7), per indicare che il mio tutto diventa il tutto di Dio. Se so mettere tutto me stesso nelle mani di Dio, allora tutto diviene possibile, non perché sia tutto miracolosamente facile, ma perché la potenza del dono germoglia in me, mi inserisce nel vortice dell’amore di Dio e trasforma la mia vita, la apre a nuove esperienze e il mio orizzonte diventa quello del mondo intero. Un’ orizzonte di fraternità.
Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. L‘evangelista indica il numero di queste persone in 5000. Perché questo numero? Sia perché è il numero della prima comunità cristiana secondo il Libro degli Atti, al capitolo 4, ma soprattutto perché i multipli di 50 indicano, nell’Antico Testamento, l’azione dello Spirito. “Pentecoste”, termine greco che significa ‘cinquantesimo giorno dopo la Pasqua’, è il giorno dell’effusione dello Spirito. Quindi l’evangelista vuol far comprendere che non c’è soltanto un alimento fisico, ma c’è una comunicazione dello Spirito di Dio. Gesù non chiede a questa folla che partecipa a questa condivisione dei pani se sono purificati e non chiede neanche di purificarsi. Non bisogna purificarsi per ricevere il pane, che è Gesù, ma è l’accogliere, il mangiare questo pane di Gesù, che purifica. Questa è l’indicazione preziosa che ci dà l’evangelista. Gesù è entusiasta dell’idea di Andrea. Ha bisogno di quel poco cibo offerto dal giovane per compiere il prodigio. La condivisione rende possibile l’impossibile. Gesù ha bisogno di quei cinque pani e due pesci, ha bisogno del sì di quel giovane, ha bisogno del mio, del tuo sì, non importa quanto sei povero e misero, non importa se hai poca fede, se ti senti inadatto, non importa se hai paura: il se diventi un sì, ci sto Signore, eccomi qui!
E’ in mio potere sfamare cinquemila uomini? Sicuramente no. E’ in mio potere dire il mio sì e dare il mio tutto, questo sì, questo è alla mia portata, perché devo essere semplicemente me stesso, non più bravo, non un altro diverso da me. Dio non ama una versione migliore di me: Dio ama me, ama te, adesso! Mi chiede di accogliere me stesso, i miei limiti, la mia povertà, di volermi bene per quello che sono, rendergli grazie per questo miracolo che sono io. Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Spesso dopo aver dato il meglio di noi stessi, esserci impegnati, averci messo il cuore e l’anima, rimaniamo delusi e abbattuti perché il nostro dono non viene valorizzato e accolto. Questi sentimenti corrugano il nostro cuore e tendono a farci ripiegare su noi stessi, rendendoci di fatto incapaci di dono, e portandoci sulle terre dell’egoismo. Gesù invece è molto chiaro: nulla vada perduto. Il tuo lavoro, le tue fatiche, tutto ciò che tu vivi viene accolto e valorizzato dall’amore, e se oggi il tuo dono non sazia la fame della folla, sarà comunque custodito, conservato in freschezza nella dispensa dell’amore.