26 Mar DOMENICA DELLE PALME
Una settimana è solo un pugno di giorni in cui facciamo memoria di quella Prima Settimana in cui tutto «fu consumato», che ha fatto del tempo un’eternità sperimentata e dell’eternità un tempo senza fine. Noi riviviamo oggi i giorni della passione, della morte e della risurrezione del Signore Gesù perché egli si fa nostro contemporaneo e compagno di viaggio, Maestro e cireneo. Oggi, ieri, domani. I giorni del Triduo Santo, Giovedì, Venerdì e Sabato, sono considerati dalla Liturgia un solo giorno, perché celebriamo un unico evento che chiamiamo «mistero pasquale», espressione sintetica, divenuta una formula di fede per descrivere cinque momenti della vita del Signore: la Passione, la Morte, la Risurrezione, l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste. Ognuno di questi momenti rivela un aspetto della vita del Risorto senza esaurirne il contenuto. Un triduo è uno spazio di tempo per darci l’opportunità di assimilare gli eventi che la liturgia celebra non come atto simbolico, ma come espressione viva e vitale della nostra esistenza. Un solo giorno che inizia il Giovedì Santo con la Cena del Signore, si estende per tutto il Venerdì Santo per raggiungere il culmine nella veglia pasquale del Sabato Santo, quando facciamo «memoria dell’esodo di Gesù, atto fondativo della Chiesa. Gesù morto e risorto rinnova nel suo corpo l’antica alleanza nella prospettiva del Regno di Dio, il nuovo orizzonte dell’unica salvezza di Dio. Attoniti e increduli, nel pomeriggio della Domenica di Pasqua ci ritroviamo in compagnia dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi Signore!» e «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Iniziare la Settimana Santa con l’intenzione di giungere alla Veglia di Pasqua, significa entrare nella logica della povertà estrema di Dio che si abbandona nelle mani della violenza degli uomini di potere per svuotare dall’interno il sopruso dei potenti e l’illusione che con la violenza possano governare il mondo. Il racconto della Passione, cuore del Vangelo, nel mettere a nudo l’impotenza di Dio ne svela anche la sua infecondità. Dio diventa sterile perché tutto lo spazio della sua divinità è occupato dal male del mondo, dalla violenza, dall’ingiustizia, dal potere, dall’orgoglio predatore e violento che domina uomini e donne e dal gemito della terra che è depredata della sua stessa esistenza, dal pianto che inonda di sofferenza la terra.
Nel racconto della Passione, noi siamo contemporanei di Cristo che manifesta il volto di Dio legato al mistero del limite umano e, anche se volesse, non può più fare miracoli perché se ne facesse uno soltanto non sarebbe più un Dio incarnato nella fatica e nella fragilità, nel limite e nella contraddizione della vita di ciascuno e della Storia. Da oggi Dio è condannato e anche noi con lui: se vogliamo incontrarci dobbiamo, possiamo farlo nel cuore degli eventi e delle persone che custodiscono il segreto dell’identità di Dio, del suo amore. Oggi, ascoltando il racconto della Passione, scopriamo anche noi la necessità di fare una scelta di campo: o stiamo dalla parte del Giusto, accusato, condannato e crocifisso o stiamo dalla parte dei malfattori oppressori che uccidono sempre «per il bene del popolo». Sì, ora lo sappiamo, il mondo non si divide più in credenti e non credenti, ma in oppressori ed oppressi, in schiavi e padroni, in giusti e ingiusti, in onesti e disonesti. È tempo di decisione perché è giunto il tempo, anzi il tempo propizio della liberazione dai nostri egoismi, rassegnazione, pigrizie ed attaccamenti. Oggi è la festa del puledro slegato. “Trovarono un puledro legato vicino alla porta, fuori sulla strada, e lo slegarono, come aveva ordinato Gesù.” È la festa della liberazione. Nella circostanza solenne, tragica e gloriosa di Gesù e di Gerusalemme, si festeggia una liberazione: del puledro e dei folli, che si travestono con mantelli e palme per danzare la loro libertà e osannare a Colui che viene. Gli estranei, i diversi, gli alieni e perciò reietti e reclusi sono i folli. Il Folle di Dio ordina di liberare quelli che sono legati alle porte e agli androni dei potenti e dei padroni, asserviti alle loro ideologie e compromessi, e di ricondurre a sé quelli che sono fuori, sulla strada anonima e senza progetti, di riportarli dentro, nel circuito dell’amore folle, senza scossoni o violenze. Ma grazie a Lui, folle e bestemmiatore, inizia la festa dei folli: tamburi, cetre, canti e Osanna. Un tripudio alla Verità-Follia. Ma anche quanti equivoci, nel giorno della festa, quante ambiguità tra la folla e il folle. Appena al termine, alla sera della festa, scribi, dottori e farisei sentenziano ed escludono la follia da ogni consenso e dalla quotidianità, pensano di ridurla al silenzio. Anzi il sapiente Folle sceglie per sé il silenzio e paga la sua scelta di libertà. Permette che Egli stesso sia legato, annodato a più risvolti, Lui che aveva insegnato la via della liberazione dalla ingiustizia e dalla emarginazione. Sembrava aver deriso il potere, e per questo aveva ricevuto anche schiaffi. Il suo grido altissimo sulla croce era associabile ai sospiri di dolore di quel puledro recuperato il giorno della festa. Ma Lui aveva ordinato di disfare e sciogliere tutti i nodi che bloccano puledri, uomini, donne, fanciulli e fanciulle. Non aveva voluto mai legare, né re-legare alcuno, ha sempre detto: se vuoi, vieni, porta con me la croce della follia, inaugurando definitivamente i tempi della libertà: da schiavitù, oppressioni, condizionamenti, asservimenti, paure, timori, dipendenze, annientando persino i nodi della morte e segnando la fine dei nodi del destino. Il tutto assicurato dalla certezza di un suo amore garante di autentica libertà. E a chi ha interesse di seguirlo, ancora ordina: sciogliete e non stringete nodi, allentate strette soffocanti e sofferenti, date spazio a canti liberi, fatevi ministri di liberazioni.