Guariento Mario | Domenica del Verbo che si fa dono. Giovanni 6, 51-58
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Domenica del Verbo che si fa dono. Giovanni 6, 51-58

05 Giu Domenica del Verbo che si fa dono. Giovanni 6, 51-58

Nel discorso di Cafarnao Gesù si presenta come il Verbo incarnato che fa dono della sua persona per la vita del mondo.

Il significato profondo di Cristo, il Verbo, è di essere una esistenza in dono. È di questo che abbiamo bisogno, del pane e della parola. Noi siamo alla ricerca del dono di Dio, ma siamo anche alla ricerca di qualcuno che ci faccia diventare dono, perché questo è il progetto per cui siamo fatti: donarci con il suo stesso amore.

Di qui la necessità di accogliere e far penetrare in noi il seme della parola del Figlio di Dio, così che anche noi possiamo diventare per gli altri pane spezzato e vino versato. I giudei si ostinarono nel rifiuto del messaggio di Gesù e non fecero penetrare nel loro cuore la sua parola, la sua rivelazione.

Si può dire che la persona di Gesù come Figlio dell’uomo sia la personificazione del servizio più alto reso all’uomo: dare la vita.

Anche il credente che vuole essere a servizio vero e autentico dei fratelli, per una loro promozione integrale, non potrà farlo in maniera totale e radicale, se non lo fonda sull’esperienza dell’Amore. In secondo luogo, si deve tener presente che questo servizio attivo arriva fino al sacrificio della croce come espressione suprema di amore.

È un servizio quindi che non uccide, ma piuttosto si lascia uccidere. La vita vera, la fraternità trova il suo compimento con l’entrata nella famiglia trinitaria».

Al centro dell’Eucaristia c’è qualcosa che non deve mai essere dimenticato: i suoi discepoli non resteranno orfani. La morte di Gesù non potrà rompere la loro comunione con lui. Nessuno deve sentire il vuoto creato dalla sua assenza.                                                                               I suoi discepoli non restano soli, in balia dei mutamenti della storia. Al centro di ogni comunità cristiana che fa l’eucaristia vi è Cristo vivente e operante: ecco il segreto della sua forza.
Di lui si nutre la fede dei suoi seguaci. Non è sufficiente assistere alla cena: i discepoli sono invitati a «mangiare». E’ vivendo l’eucaristia che il credente impara ad usare i suoi occhi per vedere l’invisibile, a far battere il suo cuore all’unisono con quello dell’amore divino, a fare della sua bocca veicolo di verità, a usare le sue mani per compiere opere di pace e di giustizia. Perfeziona sempre più in sé la bellezza del volto e della presenza di Cristo. Nell’eucaristia è in gioco la bellezza di Dio: la follia di una vita donata. Il tutto dimora nel frammento, si schiude una finestra verso l’illimitato, così che il minimo appare come abbreviazione dell’infinito nel finito.

Nella eucaristia il Tutto di Colui che è in persona amore crocifisso e risorto viene a farsi presente nel frammento dei segni, del pane spezzato e del vino versato. L’eucaristia è per eccellenza l’evento della bellezza che salva donandosi, il rendersi presente dell’eternità nel tempo e dell’Amore nella piccola storia degli uomini.

La cena del Signore ci contagia con la sua bellezza infinita suscitando in chi la vive ringraziamento, adorazione e offerta. Questo stile di gratitudine e di meraviglia ci libera dalla prigionia di noi stessi e ci schiude alle sorprese della Bellezza eterna.