07 Set Domenica ventitreesima. Luca 14, 25-33
Il Vangelo di questa domenica è un insieme di paradossi e di realismo. Colgo in questa Parola di Dio l’invito per noi a stare fuori dai nostri schemi, fuori da logiche abitudinarie e da scelte che sono accomodanti, fuori da quell’io che non ha il coraggio di osare. Le persone che amano sono sempre un po’ matte agli occhi degli altri. Fanno cose fuori dalla normale logica. Il Vangelo è sempre una novità che spiazza perché le logiche dell’amore non sempre hanno una logica. La Parola ha sempre un pizzico di santa follia. I sogni che si affacciano alla nostra anima, mettendola a soqquadro, non lasciano in pace. Sono inquietudine, speranza, voce, talvolta grido, di quei desideri che da sempre ci scorrono nelle vene. Sono un invito alla verticalità. Anche in noi abitano grandi sogni capaci di farci passare notti insonni perché riguardano il nostro futuro, la problematicità del presente. Riguardano il nostro desiderio di senso, la nostra paura di non farcela, di perderci e la speranza di essere sulla strada giusta. Riguardano Dio e la rabbia che ci prende ogni volta che Lui non c’è. Siamo esseri mangiati e nutriti dai sogni. Abbiamo bisogno di finestre spalancate sui sogni, di lancette che ci lascino osare quello che i sogni ci regalano, di scelte capaci di stare nella fatica della notte continuando a sognare. I sogni sono figli della notte. Sono la possibilità di una notte diversa, una sorta di salvagente che conduce verso l’alba di un nuovo giorno. Siamo fatti di sogni. Dobbiamo solo risvegliarli disinnescando la parola “…ma è impossibile !”, vero sonnifero anche per i sognatori più esperti. Senza sogni diventa impossibile lo stesso atto creativo e la fantasia si riduce ad essere un volo senz’ali. Abbiamo bisogno di persone che ci confermano nelle nostre azioni buone, che ci rafforzano in tutto ciò che ha il sapore dell’amore, che son capaci di riconoscere la bontà che abita in noi quando la bassa autostima è un bianchetto che, invece di cancellare gli errori, depenna quanto facciamo di bene facendoci perdere anche la consapevolezza che siamo figli amati e perdonati. Ben vengano allora le parole del vangelo di oggi che ci fanno cogliere che si può esser luce anche quando ci si sente ombra. Dio è imbattibile in quest’arte restituendoci con il suo sguardo penetrante alla verità di noi stessi. Cosa in noi accende il cuore? La risposta a questo quesito ci aiuta a cogliere quale sia l’unica scelta di cui c’è bisogno nella nostra vita di credenti. Le proposte che facciamo e le strutture che abbiamo sono importanti nella misura in cui scaldano il nostro cuore, se sono capaci di intercettare e di rispondere alla domanda di senso che ci abita e se, allo stesso tempo, ravvivano le nostre scelte. Quale è la sola cosa di cui c’è bisogno per fare in modo che questi auspici non rimangano tali? Rivisitiamo l’episodio della donna che da dodici anni soffre di emorragia. Il suo desiderio di essere guarita l’ha portata, speranzosa, a toccare, furtivamente e anonimamente Gesù. “Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». Gesù cerca il suo volto, cerca la persona, cerca l’incontro. Gesù si volta per incrociare lo sguardo della donna. Da quell’istante, dal momento in cui i due volti si incontrano, “la donna fu salvata”. È nel momento in cui avviene l’incontro che la salvezza trova dimora e mette radici. Le nostre paure possono diventare il luogo della consegna a Dio, il grembo in cui nascere e rinascere nella resa a Lui. Nei problemi quello che conta non è risolverli ma diventare di Dio, incontrarlo, diventare suoi, fidarsi. Nelle paure quello che conta è chiederci come possono trasformarsi nel luogo in cui fare esperienza di Dio. Non lasciamo che siano le ansie a dettare i discernimenti e, affidandoci, lasciamo che Dio converta le nostre paure in sogni, in salti nel buio certi che abbiamo a che fare con un Dio affidabile.