Guariento Mario | Sesta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14, 23-29.
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
1559
post-template-default,single,single-post,postid-1559,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

Sesta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14, 23-29.

22 Mag Sesta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14, 23-29.

Gesù, consapevole della sua morte ormai vicina, non è più attorniato dalle folle e neanche dai discepoli, ma solo dagli Apostoli. Con loro celebra la sua ultima Pasqua, nella quale egli lascia in eredità «il suo comandamento», in un testamento non usuale. Oggi vogliamo sostare al pozzo della Parola e lasciarci afferrare dalle singole parole, facendole risuonare dentro di noi e ci immergiamo in esso con atteggiamento affettivo e contemplativo più che speculativo. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Amare è osservare la parola della persona amata e identificarsi con essa perché chi ama si fida della parola della persona amata. Il verbo “osservare” ha due significati: guardare con attenzione e custodire. Noi siamo abituati ad «ascoltare» la Parola, ma non a guardarla perché la consideriamo come uno strumento. La parola che noi pronunciamo è la nostra anima che risuona, si esprime e si rende accessibile. Essa è noi stessi, la misura della nostra identità. Guardare con attenzione la parola significa entrare in sintonia di vita e di sentimenti con la persona che la trasmette e che in essa è contenuta. Allo stesso modo custodire la parola significa farsi carico della comunicazione con l’altro, quasi fossimo lo scrigno in cui conservare il tesoro prezioso che è la persona amata fatta parola. Attraverso una manciata di parole abbiamo un intero universo che esprime il mondo interiore di ciascuno di noi e anche dello stesso Signore. La parola, ogni parola che noi pronunciamo, è una realtà vivente, un evento essa stessa, che ci colloca sul versante dell’amore come relazione e responsabilità. Amare è diventare la parola, e la parola è l’altro/a, che a sua volta diventa la perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto, come il mercante della parabola evangelica. «Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». L’amore che si fa custodia e contemplazione esplode in una relazione generativa: evoca la paternità/maternità che a sua volta si trasforma in «dimora», cioè accoglienza e riparo. Al tempo di Gesù, uno dei nomi con cui veniva sostituito il Nome santo Yhwh era Shekinàh, che noi sinteticamente traduciamo con Presenza, ma che etimologicamente significa «Dimora», cioè il luogo dove Dio può essere incontrato e dove abita per dispiegare la propria esistenza affettiva e paterna insieme al suo popolo. Dio assume le modalità umane; come noi ha bisogno di uno spazio dove rendere visibili gli affetti e le relazioni: la nostra dimora è parte di noi stessi, anzi essa è il prolungamento del nostro corpo perché diventa lo spazio vitale dove noi siamo e ci sentiamo al sicuro. La dimora è il simbolo dell’utero materno che si fa tenerezza generativa.                       Amare è dimorare con la persona amata. Per noi questa dimora è la preghiera, dove chi prega si lascia contemplare da Dio. Partecipare l’Eucaristia è tutto questo. Noi siamo qui per accogliere il dono della Pace, che è la persona stessa di Gesù, e per imparare che la Pace è fragile come il Pane, ma anche forte come il Vino: come il Pane deve essere spezzata e condivisa, come il Vino deve irrobustire e animare la speranza che è avanti a noi. Con l’aiuto dello Spirito, andiamo nel mondo e siamo «poeti di pace».