Guariento Mario | Domenica terza di Pasqua. Giovanni 21, 1-19.
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Domenica terza di Pasqua. Giovanni 21, 1-19.

30 Apr Domenica terza di Pasqua. Giovanni 21, 1-19.

« Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva». La notte è terminata ed è terminata nel vuoto, nel fallimento di tutte le pretese umane. Eppure proprio là, dietro quel velo sottilissimo che distingue la notte dal giorno, proprio dietro quel velo lì si nascondeva il Signore. E’ probabile che il riconoscimento di lui sia stato difficile proprio per questa nebbia della depressione che era calata pesantemente sugli occhi dei discepoli. « Figlioli, non avete nulla da mangiare? ». Sembra quasi una costante del metodo che è proprio di Dio: non si accontenta della parola, aggiunge anche il segno. Avrebbe potuto salvarci senza l’incarnazione. È venuto perché noi lo potessimo vedere, gustare e toccare, oltre che udire, in modo da poter dire: «Quello che i nostri occhi hanno visto e le nostre mani hanno toccato, cioè la parola della vita, noi annunziamo a voi». La necessità del segno non sembra legata allora solo al sacramento, ma anche alla proposta stessa della vita cristiana.
« Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete “. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci». L’ascolto accompagnato dall ‘azione produce frutto. È ovvio che questo comporti la disponibilità al rischio. Se uno, quando è invitato ad avere fiducia, si lascia afferrare da tutti gli interrogativi, del resto estremamente legittimi impedisce di fatto alla Parola di essere creativa dentro di lui. Può sembrare anche giusto che si pensi e si agisca così, però mancando la generosità, che è propria di chi si fida e si affida ai Signore è ovvio che non si decide nulla. Impediamo alla Parola di creare la nostra felicità, perché non abbiamo fiducia. Forse i discepoli hanno intuito nel cuore, senza saperlo, che era proprio lui. Gesù li ha provocati, ed essi hanno accettato la provocazione.  Il Signore passa, è lì sulla sponda del lago, chiama. Ma chi è troppo assorbito nei propri pensieri e nelle proprie paure impedisce al Signore di realizzare il suo progetto, che è un progetto di salvezza, di pienezza di vita, di felicità. Pietro non smentisce il suo carattere impulsivo. Infatti, sembra aver dimenticato ciò che ha sperimentato a sue spese nella drammatica notte del rinnegamento. Adesso può dire di essersi messo di nuovo a completa disposizione di Gesù.  Non si accorge però che sta correndo un rischio più sottile e non meno pericoloso del precedente: si sta attaccando ai frutti del suo lavoro, i centocinquantatre grossi pesci.
«Simone di Giovanni — tu, proprio tu, con il tuo nome e cognome — mi ami più di tutte queste cose?». « Gli rispose: “Si, Signore, tu sai che voglio bene a te” ». Pietro non utilizza il verbo «amare» utilizzato da Gesù vuol dire che Pietro ha colto l’intenzionalità della domanda di Gesù ed è consapevole di non essere al livello di quell ‘amore che Gesù si aspetta. In ogni caso, Gesù accetta la risposta di Pietro. tutti sono amati ugualmente dal Signore, ma tutti sono amati anche nel rispetto dell’identità personale di ognuno. Nessuna meraviglia allora se, una volta che si sia capito in che cosa consista l’amore, guardandoci attorno, scopriamo che tanti altri hanno capito, attraverso strade diverse dalla nostra, come rispondere all’amore del Padre manifestato dal Figlio. Senza gelosia, senza invidie, ma nel rispetto della chiamata di ognuno. Gesù aveva fatto capire che il suo amore è un amore personalizzato, che attingeva le proprie motivazioni unicamente all’amore, amore gratuito, libero, liberante. Questo è l’amore vero.