17 Nov Domenica trentatreesima. Matteo 25,14-30.
Se dovessimo scegliere una figura come icòna del vangelo di oggi non avremmo difficoltà a scegliere la donna della prima lettura. Ella, infatti, sa quello che vale, si stima, è cosciente delle sue doti e delle sue qualità, non si perde dietro commiserazioni o banalità, ma affronta la vita, le sue difficoltà, i suoi problemi e li risolve. È la donna forte, colei che sa rischiare e che non si chiude in un orizzonte familiare perché «stende la mano al povero» aprendosi a rapporti sociali che vanno oltre il ruolo domestico.
I talenti, non sono le doti personali, ma la coscienza che ciascuno di noi ha della propria responsabilità dell’intero mondo e in esso dell’umanità sofferente.
Tutto il vangelo è intriso dell’invito di Gesù a non avere paura perché la gioia della Parola donata e accolta non può contenere panico, paura o depressione: tutto si svolge nell’abbandono e nella confidenza.
La paura di Dio ci toglie da dosso il peso insopportabile della libertà (F. Dostoevskij). La paura è strumento, facilmente usato, di disimpegno: il padrone del vangelo di oggi risponde con due termini poco lusinghieri e drastici alla nostra paura: «servo diabolico e ignavo», che esprimono la malizia intrinseca dell’individuo. Chi si accontenta dell’esistente, uccide la speranza, vanifica se stesso e rende «in-credibile» Dio. Dio rischia se stesso, la sua Parola e la sua attendibilità, ponendosi nelle nostre mani, ci affida un tesoro inestimabile, sperando che siamo coscienti di ciò che abbiamo ricevuto e non lo nascondiamo sottoterra per paura di perdere la nostra tranquillità, miranti solo al tornaconto individuale.
La paura blocca e paralizza, ci fa crollare nell’inutilità, non produciamo nulla. Dio non ha bisogno di quello che noi possiamo produrre. Quello che Dio ci dice è che, se abbiamo paura di Lui, questa sarà generatrice di tristezza e porterà il nostro cuore dentro nebbie e ombre che ci impediranno di inebriarci di luce e di estasi. Il Dio della paura non esiste. È un’invenzione per dispensarci dal correre il rischio di tenere tra le mani la nostra vita e lanciala con audacia verso amori e desideri che soli ci farebbero gustare il fascino e lo stupore della divina bellezza.
Ogni uomo, amato da Dio, nasce ricco di naturali talenti resi divini da intenti e condivisioni di un Padre provvidente, di un Figlio donato, di uno Spirito che corrobora energie e vitalità: intelligenza, volontà, passioni, ricerche, progetti e prodotti dove scienza e sapienza offrono appagamento e ben-essere. È contento anche Dio quando l’uomo raggiunge traguardi prima insperati, quando l’esistenza riesce a trovare senso e conforto, quando disagi e dolori,
lentamente, sono sollevati, rendendo più umana la vita. E nell’umiltà di ricerca ogni scienza supera presunzioni ed ogni atto di fede si fa fiducia e non sospira miracoli. Il Signore non si accontenta di ricevere doni imbalsamati o ammuffiti egoismi, ma desidera ed attende altro: uomini consapevoli di sé, proiettati verso orizzonti rinnovati, che hanno voglia e determinazione di rinnovare la faccia della Terra, recuperando pertanto ogni occasione ed energia, oltre ogni tenebra di compromesso, di ambiguità o di sopraffazioni e di sociali ingiustizie.
Questo Signore indica e provoca impulsi ad economie umanizzate da processi di fedeltà cosciente e voluta, che rendono ogni opera totalmente umana e che possono garantire la gioia dell’uomo e di Dio, giungendo a condivisioni di beni, come via e processo verso giustizie e pacificazioni universali, estromettendo pianti e stridori di denti.