Guariento Mario | Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35
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Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35

15 Set Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35

L’evangelista introduce l’intervento di Simone presentandolo come il Pietro, il soprannome negativo. Questo espediente serve a sottolineare, ancora una volta, l’ostilità da parte del discepolo verso quanto Gesù aveva insegnato.

Di tutto il discorso fatto, Pietro è rimasto colpito dal comportamento che devono tenere i componenti della comunità in caso di conflitto e chiede una regola più precisa, il limite oltre il quale non può più essere concesso il perdono.

Nella risposta Gesù va oltre la quantificazione e, superando il criterio tariffario, si situa sul piano di Dio, capovolgendo tutta la dottrina come si era codificata nella tradizione. Nella nuova economia della salvezza scompare la categoria relazionale «amico-nemico» e compare la nuova condizione del genere umano che vede solo fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre. Gesù invita i suoi discepoli a superare le casistiche morali e a farsi imitatori del Padre. Gesù ci propone il Vangelo della misericordia che arriva anche all’amore per i nemici. L’attitudine alla misericordia non è naturale, essa è un processo lungo di educazione, di contemplazione e di fatica. Il perdono dato agli altri è il prolungamento del perdono ricevuto. Chi è stato perdonato non può non perdonare. Questa novità cristiana diventa preghiera, cioè impegno di Dio davanti agli uomini e degli uomini davanti a Dio. Nel «Padre nostro» preghiamo: se Dio riesce a perdonare «me», può perdonate tutti gli altri e io stesso trovo nel perdono di Dio la forza e la lucidità per perdonare quanti hanno qualche debito con me. Nessuno può perdonare spontaneamente senza la grazia di Dio e nessuno può presumere questa grazia senza avere prima perdonato. Nella prospettiva cristiana, il perdono non è più un comportamento morale che modifica l’agire e quindi le relazioni tra gli uomini perché di ciò sono capaci anche coloro che non credono; il perdono cristiano con la predicazione di Gesù acquista un valore teologale perché nasce in Dio, esprime Dio e, dopo essersi prolungato nei suoi figli, riposa di nuovo in Dio. «Perdono/Misericordia» è il Nome nuovo del Dio di Gesù che viene a darci una nuova prospettiva della giustizia: Dio è giusto perché perdona e salva. Matteo trasforma la parabola originaria in un’allegoria per sottolineare la sproporzione tra il comportamento di Dio e quello dell’uomo: il debito del primo servo è fissato in 10 mila talenti (= 60.000.000 di denari ca.) e quello del secondo in appena 100 denari.  La discrepanza tra la somma condonata al primo e la somma pretesa dal secondo richiama immediatamente la sproporzione, la distanza tra l’infinita gratuità divina e l’estrema debolezza dell’uomo peccatore davanti a Dio. Un abisso separa il senso della giustizia dell’uomo da quello di Dio: la prima è interessata, quando non è corrotta, la seconda invece è gratuita e liberante perché Dio è giusto in quanto perdona e in lui giustizia è misericordia. Dio condona all’umanità l’immenso debito di peccato accumulato lungo tutto il cammino dell’uomo dagli inizi fino ad oggi, ma non tutti hanno accettato e accettano per cui da soli si escludono dal perdono, si escludono dalla vita perché vivere nella morsa della vendetta significa vivere sprofondati nell’inferno della disperazione e del dolore. Ora lo sappiamo, il perdono è il mestiere di Dio che ci chiama ad assumerlo come programma del nostro cammino verso il compimento del Regno senza fine, attraverso le contraddizioni, la fatica e anche la gioia della storia di tutti i giorni. Peccare è difficile, ma perdonare è più facile perché basta abituarsi a saper ricevere e a pensare, vivere e agire come Gesù ha pensato, ha vissuto e ha agito. Un racconto sufi dice:

«Che cosa è il perdono?» chiese l’allieva al maestro. Lui sorrise, prese un sasso, lo posò davanti alla sua allieva: «Il violento lo userebbe come arma per fare del male. Il costruttore ne farebbe un mattone su cui edificare una cattedrale. Per il viandante stanco sarebbe una sedia dove incontrare il riposo. L’artista scolpirebbe il volto della sua musa. Chi è distratto vi inciamperebbe. Il bambino ne farebbe un gioco. In tutti i casi, la differenza non la fa il sasso, ma l’uomo. Con il perdono l’uomo sceglie di trasformare i sassi della vita in amore»