Guariento Mario | Domenica di Pentecoste. Giovanni 20, 19-23
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Domenica di Pentecoste. Giovanni 20, 19-23

25 Mag Domenica di Pentecoste. Giovanni 20, 19-23

“La sera di quello stesso giorno, il primo giorno dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi, poi alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo”.”
A Pentecoste nasce la possibilità della visione di una nuova storia che nel cammino insieme al Paraclito diventa «teologia della storia» e nella pratica della fede si fa «storia che diventa salvezza» senza fine. Camminare nella storia con questa prospettiva e questa «pedagogia» significa camminare «nel» mondo senza essere «del» mondo, vivere un’avventura non solitaria, ma immersa nel Signore che si è impegnato a sostenerci in questa nostra progettualità di guardare al futuro basato sull’esperienza di fede: andare fuori da questi confini e cercare alleati nel potere, nel possesso, nella violenza per affrettare i tempi della realizzazione o usare mezzi non spirituali per accorciare le strade della riuscita, è tradire il Signore e il suo Spirito. Su questo si gioca la nostra credibilità e anche quella di Dio e del suo Cristo. Pentecoste è l’annuncio universale che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza del corpo che è la Chiesa, la quale deve essere cosciente di essere solo uno strumento docile al fuoco dello Spirito con il quale incendiare il mondo. Se, però, la Chiesa usa i metodi del mondo e si adegua al suo stile, essa è un pericolo per il mondo, un ostacolo alla conversione e pietra di scandalo per i deboli.
A Pentecoste il Risorto costruisce unità, libertà, giustizia e scrive una storia di convergenza e di comunione di popoli. Gesù risorgendo libera il suo Spirito che irrompe nell’umanità guidandola ad un nuovo modo e stile di vita umana. Lo Spirito si oppone a Babele, all’oppressione, alla prepotenza, alla emarginazione: Egli è fonte di unità cercata ed elaborata nella condivisione con gli altri che non sono più nemici, ma prolungamento di sé stessi. Lo Spirito restituisce la capacità di linguaggio che non è solo la «Parola» e le parole, ma prevalentemente il principio attivo della comunicazione e comunione come fondamenti delle relazioni con sé e con gli altri. Lo Spirito impedisce a ciascuno di perdere il contatto con sé e con il proprio io profondo che è la misura di ogni rapporto esistenziale e di vita anche comunitaria. Non si può incontrare Dio se prima non si è incontrato il proprio «io» e la propria consistenza. Pentecoste è il «vangelo» dell’unità che esprime e manifesta nel mondo il volto di Dio, padre di tutti gli uomini. «Senza lo Spirito, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione, l’agire cristiano una morale da schiavi». (I. HAzim, in Consiglio ecumenico delle Chiese, 1968, Ginevra).
Lo Spirito vive nell’intimo dell’esperienza umana, fa emergere le illuminazioni salvifiche proprie del Signore risorto e a noi oggi necessarie, cerca di proporle all’interno di parole umane a noi comprensibili, di offrirle nel rispetto profondo della nostra libertà, di affacciarle nel nostro intimo al modo di ossequio filiale verso il disegno di Dio Padre. Lo Spirito offre con somma discrezione la sua luce così che noi possiamo sia accoglierla sia trascurarla; possiamo lasciarci illuminare da essa per essere di più, ma anche sottrarci e così contristare lo Spirito.
Allora preghiamo: O fuoco consumatore, Spirito d’amore, scendi sopra di me, affinché si faccia nella mia vita una nuova incarnazione del Verbo e io sia per Lui come una aggiunta di umanità nella quale egli rinnovi ogni giorno le meraviglie del suo amore così che io ne diventi sua icona. Costruisci in me dimore più luminose mentre scorrono veloci le stagioni!