19 Mag L’ Ascensione. Matteo 28,16-20
La contemplazione di Gesù che sale al cielo esprime il punto di riferimento di ogni cristiano che scopre come la propria esistenza, unitamente a quella dei fratelli, sia un cammino proteso verso la pienezza della gloria. Questa tensione in avanti non dovrebbe farci dimenticare la serietà del nostro impegno concreto nell’oggi, e permetterci di comprenderne tutta la provvisorietà. L’Ascensione rappresenta il canto della speranza. In questo clima d’incertezza e di abbassamento di tensione spirituale e umana, l’Ascensione è un modo concreto per spingere a operare nel mondo con la speranza che tutto quello che viviamo sia radicato nella Presenza del Signore risorto che dà senso e compimento alla nostra vita. La fede nel Signore risorto è un dono cui bisogna aprirsi, non un premio da conquistare. Dio si mette nelle nostre mani e si affida alla nostra credibilità perché Gesù, sottratto alla vista, ora vive nella nostra vita, attraverso la nostra vita, con la nostra testimonianza. In un tempo come il nostro in cui si vuole ridimensionare il Cristianesimo a realtà di una porzione dell’umanità, identificata in quella cultura occidentale che tanta parte ha avuto e ha negli squilibri di giustizia mondiali, riflettere sull’Ascensione significa capire le fondamenta della nostra fede e rafforzare il rifiuto di una religione supporto di una cultura o di una civiltà. Nel momento in cui Gesù «ascende al cielo» dichiara che nessuna cultura lo può catturare e tenere prigioniero perché egli ora può esprimersi in ogni cultura, in ogni lingua, popolo e nazione. Con l’ascensione l’uomo Gesù, «ebreo di nascita», diventa il Dio di tutta l’umanità, colui che tutti i popoli e ogni singola persona possono incontrare nel battesimo, nella parola udita, nella comunità. L’Ascensione diventa la risposta di Dio Padre all’obbedienza del Figlio: in lui si salda per sempre l’umano e il divino, il tempo e l’eternità, il finito e l’infinito, l’onnipotenza e la caducità. L’Ascensione per noi significa anche che nessuna «discesa» è definitiva, ma che dentro di noi c’è il dna del mondo di Dio, il sigillo della sua vita e che nessun fallimento può dire l’ultima parola su di noi perché siamo chiamati ad «ascendere» al cielo, ad andare in alto per abitare «con tutti i santi nella profondità» del cuore di Dio. Ma vivere la stagione dell’attesa con pazienza, è difficile. Viviamo in un mondo del tutto secolare, non ci sono spazi sacri, non ci sono città sante, non c’è nulla su cui si possa mettere il sigillo dell’adempimento. Solo l’Eucaristia, la Cena che facciamo può darci una legittima gioia di anticipazione. Ma riscenderemo subito a valle, per rimescolarci nelle nostre cene ambigue, per riprendere un contatto falso con la realtà terrena. Quando professiamo la fede e ci scambiamo il pane, in quel momento noi viviamo la fine ma la viviamo nel simbolo, in un simbolo reale, certo, ma reale nel Cristo. Questa è la liturgia della speranza e dell’attesa, ma le opere e i giorni sono sottoposti alle leggi di questo mondo. Sono totalmente laici, secondo la loro natura. È importante mantener ferma questa speranza nel rispetto dei tempi. Il che vuol dire, assumere la vita senza volerla afferrare per possederla in nome di Dio. Noi siamo chiamati ad annunciare il Vangelo, essere testimoni del Vangelo e niente più. La nostra tentazione è di rassegnarci tanto alla realtà terrena da fare della speranza una dilazione ultraterrena. Noi dobbiamo reagire contro questa teologia che nega la forza attuale della Resurrezione del Signore. La Resurrezione è il segno che il mondo può cambiare, che la promessa di Dio lo sollecita. Allora, questa fede operativa, questa speranza che muta le cose, che sposta le montagne e colma le valli, e prende le classi oppresse e le mette sul trono, e prende i potenti e li mette a terra, proprio questa speranza dobbiamo vivere ogni giorno. Così andiamo verso l’adempimento, così camminiamo verso il giorno della gloria. Siamo veramente nel tempo dell’assenza della potenza di Dio. Ma se noi abbiamo fede questa potenza la sentiamo nella nostra stessa fragilità. Quando invece le nostre speranze di cristiani si posano su realtà di questo mondo ci prepariamo alla disperazione perché niente regge, tutto si scompone. Vorremmo rendere assoluto quel che non lo è; mettere dalla parte di Dio quel che è dalla parte dell’uomo. Beati coloro che riescono a camminare nei sentieri del mondo senza nessun’altra garanzia che la potenza dell’amore di quel Dio che si è manifestato liberando Gesù dalla morte.