13 Gen Domenica Seconda Giovanni 1, 29-34
Tutto il vangelo di Giovanni ruota attorno alla domanda cruciale: «Chi è Gesù?». Giovanni Battista non attira l’attenzione su di sé, né si mostra per quello che non è. Egli ha coscienza di essere un testimone perché ha «visto scendere lo Spirito». Solo se vediamo lo Spirito possiamo sapere chi è Gesù perché soltanto lo Spirito conosce le profondità di Dio e i segreti dell’uomo . L’Eucaristia con la duplice mensa della Parola e del Pane, è la scuola che educa alla visione dello Spirito di Cristo risorto. È questo lo scenario in cui Giovanni colloca il tema della «conoscenza» o meglio della non-conoscenza che nella forma negativa «Io non lo conoscevo» ricorre due volte. Giovanni attesta un processo in movimento: dalla non-conoscenza infatti passa alla contemplazione che è la conoscenza del mistero attraverso la via del cuore. Non a caso subito dopo è citato tre volte il verbo «vedere» «manifestare», «contemplare» e «testimoniare», tutti verbi inerenti la relazione che impone un’esperienza, cioè un contatto e una trasfusione di vita fino all’intimità. Spesso nella nostra vita quotidiana: Non conosciamo, cioè non siamo in grado di sperimentare perché ci fermiamo alla superficie. Non vediamo perché ci accontentiamo di guardare distrattamente. Non contempliamo perché ci lasciamo abbacinare dalle luci della ribalta. Non ci lasciamo possedere dalla visione perché navighiamo a vista e a pelo d’acqua. Abbiamo paura di Dio perché temiamo noi stessi o non ci fidiamo a sufficienza di noi stessi di cui abbiamo poca stima. Arriviamo all’altare «già prevenuti» sia verso di noi che verso Dio: non può perdonare uno come me! Eppure l’indirizzo di Giovanni è chiaro: «Ecco l’Agnello di Dio» che non è una visione estatica, ma un coinvolgimento passionale: «che toglie il peccato del mondo». Il testo greco usa il termine «peccato al singolare e non al plurale, intendendo con esso non «i singoli» peccati, ma l’atteggiamento di fondo, l’indirizzo, la tendenza, quella che con parole più moderne possiamo indicare con «l’opzione fondamentale». In questo modo l’evangelista impedisce di trasformare la Parola in morale o catechesi moralistica e immerge in una dimensione di amore tra innamorati che si travolgono reciprocamente perché solo chi ama sa vivere nel profondo e sa cogliere le sfumature. Nella visione contemplativa, conoscente e conosciuto diventano una cosa sola in una simbiosi di vita e di respiro: non esistono più confini di separazione e d’individualità perché ciascuno è l’altro e ambedue sono una «nuova unità», un «noi» nuovo che realizza completamente tutto l’«io» e tutto il «tu». Nela contemplazione il corpo diventa la trasparenza dell’anima e l’anima diventa la trasfigurazione del corpo. È il godimento s’identifica con la felicità. Tutto questo è Dio e si capisce perché la fede è solo una questione d’innamorati e non di adempimenti religiosi. Oggi il vangelo ci pone di fronte al dovere della conoscenza che diventa visione e contemplazione perché si è realizzata una trasfusione di vita e di cuore. Giovanni non conosce perché gli mancano gli strumenti: egli battezza solo con acqua, ma non in Spirito Santo. È questo il motivo per cui Gesù pur dicendo che Giovanni è il più grande tra i nati da donna, ribadisce che «il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui». Giovanni conosce Gesù solo dopo avere visto lo Spirito Santo che gli ha dato la chiave di comprensione delle parole del profeta Isaia. Egli infatti presenta Gesù come «agnello di Dio che porta via il peccato del mondo», attribuendogli la funzione del Servo di Yhwh: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per le nostre colpe». Se vogliamo conoscere Gesù dobbiamo inevitabilmente incontrare l’Agnello di Giovanni, cioè prendere consapevolezza della missione di Gesù nel mondo che s’identifica con la sua morte donata come pegno di riscatto per tutti, perché in «quella morte» lo Spirito di Dio consacra Gesù come signore dell’universo e primogenito di tutta la creazione. E le storie, divina e umana, si incontrano, si riannodano e diventano progetti comuni in dinamico sviluppo verso i tempi, frammentati o eterni. Nell’uomo, dove vive e traspare lo Spirito, rende santa la sua storia, le relazioni e le vicende del suo vissuto. Perché pensa, agisce, sceglie e decide con la mente e il cuore dello Spirito. Perché rifugge doppiezze e ambiguità, compromessi e perenni interessi. Perché non predilige ombre offuscanti e non rinvia le trasparenze vitali della luce.