21 Ott Domenica XXX. Luca 18, 9-14
Gesù conclude la sua parabola con un’affermazione sconcertante: «Io vi dico: questo esattore, a differenza del fariseo, tornò a casa sua giustificato». Vengono infranti tutti gli schemi degli uditori. C’è qualcosa di affascinante in Gesù. È tanto sconcertante la sua fede nella misericordia di Dio, che non è facile credere in lui. Probabilmente quelli che meglio possono capirlo sono coloro che non hanno la forza di uscire dalla loro vita sbagliata.
È facile che la fede vada lentamente spegnendosi nel cuore di non pochi.
Ci preoccupiamo di mille cose, ma non sappiamo badare all’importante: l’amore, la gioia interiore, la speranza, la pace della coscienza. La stessa cosa avviene con la fede; non sappiamo stimarla, averne cura e alimentarla. Poco a poco la fede si spegne. Per superare la neghittosità della fede occorre avere il coraggio di guardare diritto nella nostra vita con le sue quotidianità, il suo fragile equilibrio e la sua mediocrità, e ascoltare il rumore sordo dei bisogni insoddisfatti e dei desideri contraddittori. Una certa presa di distanza permette di acquisire una nuova prospettiva delle cose per affrontare la vita con maggiore verità.
L’invocazione del pubblicano esprime molto bene quale possa essere la nostra invocazione:
«O Dio, abbi pietà di me peccatore». Dio, che ha plasmato il cuore dell’uomo, comprende e ascolta questa preghiera. Oggi ci poniamo dalla parte del credente per vedere quale deve essere il suo grado di «giustizia» per avere la certezza, rivolgendosi a Dio, di essere ascoltato. Ancora una volta siamo rimandati alla relazione come fondamento della vita, che si esprime in modo assoluto e totale nell’amore, la relazione per eccellenza perché «luogo» d’incontro di «due libertà che camminano insieme». Di certo, Dio non si può comprare, né si può pretendere che stia dalla parte di chi sfrutta poveri e oppressi. Chi non esercita la giustizia non può stare «davanti a Dio» perché la sua finta preghiera diventa un insulto che ricade su di lui. Al contrario la preghiera del povero, che somigliando a Dio che si svuota di sé (Fil 2,5-8), non ha titoli né credenziali: ha solo la povertà della propria nudità nella coscienza di essere «immagine di Dio». Di fronte a noi stanno due modelli di sacrificio. Da una parte vi è il ricco che crede di tenere Dio al guinzaglio, perché si ritiene giusto, osservante scrupoloso dei riti, e non viene meno agli obblighi prescritti dalla religione materiale. Egli non ha coscienza di essere un religioso non-credente che compie gesti di religione, mentre il suo cuore è lontano dal Dio che lui onora solo con le labbra. Dall’altra parte c’è il povero, che non sale al tempio a mani vuote perché porta la coscienza del suo bisogno di perdono. Egli non ha altro che il suo fallimento e la sua disperazione: nulla chiede, ma si abbandona alla misericordia di Dio. Il povero peccatore è vicino a Dio perché lo cerca e lo incontra, il ricco è lontano da Dio perché il suo Dio sono «le sue molte ricchezze». L’autore non dà un giudizio morale sui due modelli di sacrificio, si limita a dire quello che Dio sceglie e accetta. Questa è la novità del vangelo: coloro che la religione ufficiale esclude, Dio accoglie, anzi predilige. Non solo, ma lascia tutti per andare alla ricerca anche di una sola pecorella che si smarrisce. Misericordia, io voglio, sembra risuonare nel tempio, e non digiuni e decime: è il cuore di Dio che parla da Padre. Forse è stato il tempio stesso, fatto di pietre ed altare, a non ispirare toni e sensi giusti di invocazione/preghiera. È stato un cuore ispirato a tavole di pietra a non percepire le attese di Dio; un animo compiaciuto di sé, troppo ricco di sé, a non parlare con la stessa grammatica, con gli stessi lemmi di un figlio che invoca il Padre comune. Si sono smarriti fariseo e Dio stesso, non si sono incontrati: uno non ha parlato per farsi ascoltare, l’Altro si è distratto, attratto dalla voce sommessa di un altro che loda Dio, che invoca misericordia per sé peccatore. Ritenendo forse tutti gli altri giusti a suo confronto. E si è mosso a pietà. Poche le parole per pregare e scuotere Dio, che diventa persino mutevole, nel volto, nei pensieri, nelle decisioni. Nello stesso tempio, lo stesso Dio e un uomo fariseo con un uomo pubblicano. Due categorie, due umanità diverse: uno giusto per legge, uno peccatore per situazione, uno ritto in piedi, uno incurvato e penitente, uno
che declama fedeltà alla norma e pretende consensi divini, uno che sussurra peccati e osa invocare pietà. Uno ringrazia per il privilegio di essere fariseo, per le fortune di non essere come altri. Uno attende solo misericordia, e l’ottiene perché ancora c’è spazio nel cuore e
nell’animo