Guariento Mario | Domenica XXV. Luca 16, 1-13
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
1088
post-template-default,single,single-post,postid-1088,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

Domenica XXV. Luca 16, 1-13

22 Set Domenica XXV. Luca 16, 1-13

Domenica XXV. Luca 16, 1-13

C’era un uomo ricco. Nel racconto di Luca questo ricco non ha nome. Esiste, ma non vive. Se non impara ad amare non entra nell’ anagrafe della vita. Il ricco è qualcuno per gli uomini ma senza nome davanti a Dio. Abbiamo un cuore e molte risorse umane e spirituali, abbiamo il grido dei poveri senza voce, abbiamo mezzi e scienza a nostra disposizione, ora tocca a noi decidere se abisso vogliamo trovare tra noi e la luce di Dio, o un ponte luminoso e affollato di mani e abbracci di tutta la povera gente che in noi ha trovato sostegno, aiuto, un pezzo di pane, amore. Il ricco non viene giudicato come sfruttatore. Non si dice che sia un empio lontano dall’Alleanza. Ha semplicemente goduto della sua ricchezza ignorando il povero. Lo aveva proprio lì, ma non l’ha visto. Stava alla porta della sua residenza, ma non gli si è mai avvicinato. Lo ha escluso dalla sua vita. Il suo peccato è l’indifferenza.
Oggi secondo la lettura degli antropologi. nella nostra società sta crescendo l’apatia o la mancanza di sensibilità davanti alla sofferenza degli altri. Evitiamo in mille modi il contatto diretto con quelli che soffrono. Poco a poco diventiamo sempre più incapaci di percepire la loro afflizione. Ricordiamo le parole cariche di tristezza che Papa Francesco pronuncia a Lampedusa, davanti a quel mare che per troppi è diventato una tomba crudele e ingiusta: “ Il mondo, questa nostra umanità non sa più piangere!”
Chi segue Gesù diventa più sensibile alla sofferenza di chi incontra sul suo cammino. Si avvicina al bisognoso e, se gli è possibile, cerca di alleviarne la situazione. La parabola è una sfida alla nostra vita appagata.                            Il nostro grande peccato è l’indifferenza. Ognuno di noi si chiude nella «sua vita» e resta cieco e insensibile davanti alla frustrazione, alla crisi familiare, all’insicurezza e alla disperazione di tanti uomini e  donne. Nella nostra vita abbiamo oggi più che mai bisogno di accrescere l’empatia per vincere la indifferenza che devasta le relazioni. L’empatia in una relazione interpersonale riesce a far vivere simultaneamente l’esperienza della vicinanza e l’esperienza della libertà con l’altro; e ciò non saltuariamente, ma stabilmente poiché è un atteggiamento, un orientamento di base della personalità, un modo di essere che orienta il pensare, l’agire e l’amare. La capacità di empatia richiede anche un certo disinteresse e una notevole gratuità; è la dimostrazione di una fondamentale e reale valutazione positiva degli altri  ritenendoli, non solo a parole, importanti, cari, capaci, degni di stima; ad essi viene donato, senza solennità e sforzo, un tipo di presenza viva, vitalizzante, calda e amabile. La persona egocentrica non comprende se non teoricamente il senso dell’empatia perché non ha un’attitudine di servizio verso l’altro; non riesce mai a cogliere l’altro come persona libera e creativa, come un valore; non ha la possibilità di godere del fatto che l’altro è diverso da sé e che tale diversità è un bene. La persona egocentrica quando parla con un altro è come se avesse davanti un oggetto di cui servirsi per il proprio tornaconto, per il proprio bisogno di affetto, di prestigio, di potere, di riconoscimento, di ambizione. Empatia significa amore per l’altro, con una sfumatura particolare: la possibilità di provare interesse gratuito per il mondo interiore delle persone e di relazionarsi con loro in modo spontaneo, soddisfacente, arricchente, libero, con dimostrazione autentica di vicinanza. La base dell’empatia sta nella tendenza, presente in tutti, di amare in modo sempre più aperto e universale. In realtà le nostre possibilità di amare sono ampie e non si esauriscono in una inclinazione affettiva verso una persona soltanto. L’esperienza porta ogni giorno a stabilire una molteplicità di relazioni; alcune di esse richiedono più impegno, una densità affettiva particolare e una partecipazione globale dell’essere. L’empatia è l’appoggio naturale dell’amore profondo come dono, gratuità, tenerezza, meraviglia, solidarietà, essa aiuta infatti la relazione amicale a procedere gradualmente verso la liberazione di se stessa, mediante il passaggio dall’egocentrismo al rapporto aperto e dialettico nel quale ciascuno porta se stesso nella totalità del suo essere.  Molti parlano di amore verso i poveri ma non sanno vivere un’amicizia con tutte le esigenze di fedeltà, impegno, costanza, tenacia, concretezza. Solo amando veramente qualcuno si può essere pronti per uscire incontro al mondo. 

Con la parabola dell’amministratore disonesto e scaltro, che s’ispira a un fatto rilevante di cronaca, Gesù, senza dare patenti di moralità al padrone e all’amministratore, si premura di annunciare l’urgenza di deciderci a scegliere, in base a un criterio di priorità. L’avvertimento di Gesù è chiaro: il rischio che si corre è grande: chi ama il denaro più di ogni cosa, non ha spazio di vita e di relazione; può comprare forse anche le persone, ma non conoscerà mai la gratuità della vita. La povertà non è «non avere», ma la gioia di servire e spendersi nella gratuità. L’uomo è povero, quanto più vive la gratuità di Dio e quanto più serve.
Un uomo ricco è l’opposto di Dio che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando uguale agli uomini» (Fil 2,6-7), cioè condividendo la sua natura con tutti gli uomini.  Gesù ci mette in guardia davanti alla seduzione del possesso, davanti al potere che il denaro ha di disumanizzare la persona separandola dal Dio vivente. È difficile rimanere indifferenti davanti alla parola di Gesù e non provare inquietudine e anche un certo disagio nell’ascoltare parole come quelle che ci ricorda il testo evangelico: «Non potete servire Dio e la Ricchezza». È impossibile essere fedeli a un Dio che è Padre di tutti e vivere allo stesso tempo schiavi della ricchezza e del proprio interesse. C’è solo un modo per vivere da «figlio» di Dio, ed è vivere da «fratello» degli altri. Chi vive solo al servizio dei suoi interessi non può occuparsi dei suoi fratelli, e non può, pertanto, essere figlio fedele di Dio che è Padre di tutti.
Chi prende sul serio Gesù sa di non poter organizzare la sua vita in base al progetto egoistico di possedere sempre di più. A chi vive dominato dall’interesse per le cose, anche se vive una vita devota e retta, manca qualcosa di essenziale per essere cristiano: rompere la schiavitù del «possesso» che gli toglie la libertà di ascoltare e di rispondere meglio alle necessità dei poveri.
Non può illudersi, credendosi «povero di spirito» nell’intimo del suo cuore, poiché chi ha un animo da povero non continua a godersi tranquillamente i propri beni, mentre accanto a lui c’è chi ha bisogno perfino delle cose più elementari.
Non possiamo illuderci che «i ricchi» siano sempre gli altri. La fede e la parola ci obbligano a rivedere i nostri atteggiamenti, a entrare in noi stessi per convertirci alla carità, alla solidarietà e per uscire dalla idolatria.
È sorprendente la semplicità con cui Gesù smaschera le nostre false illusioni. Ascoltiamo le sue parole: «Non potete servire Dio e la Ricchezza». Noi crediamo di servirci del denaro e invece Gesù ci dice che siamo noi a servire il denaro. Pensiamo di essere padroni del nostro denaro, e non vediamo che è il denaro il nostro padrone e signore. Noi crediamo di possedere le cose, ma non ci rendiamo conto che spesso le cose possiedono noi.
La nostra sete di avere nasce semplicemente dalla nostra insicurezza. Abbiamo bisogno di riaffermare noi stessi, di proteggerci dagli altri, di assicurarci il futuro. Ma invece quante più cose possediamo, tanto più cresce la nostra preoccupazione, la nostra inquietudine ed affanno. Ci diventa difficile assicurare la nostra felicità.
Se riponiamo la nostra felicità nelle cose e affidiamo loro il potere di renderci felici, la nostra felicità corre un rischio grande. La fonte della nostra felicità non risiede in noi stessi e nelle cose, ma in Dio che conosce i desideri del nostro cuore e si pone come risposta alla nostra sete di infinito e di totalità, come il senso ultimo della nostra vita.                                                            In un breve contributo di P. Ricoeur nel suo libro: “I compiti della comunità ecclesiale nel mondo contemporaneo “, vi si legge: “Il cristiano è l’avversario dell’assurdo, il profeta del significato.” Credo che oggi più di ieri le parole di Ricoeur abbiano in loro la forza e la sapienza per metterci davanti alla nostra ipocrisia e idolatria che fa del possesso la sorgente di senso e di realizzazione. Gesù anche oggi ci ripete: Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.  Viene il giorno in cui improvvisamente si comprende il senso di questa affermazione di Gesù; si è entrati dentro la morte, e da allora si diventa uomini maturi.
La coscienza della morte coincide con la maturità dell’uomo. M. Heidegger direbbe qualcosa di simile. L’uomo è essenzialmente, costitutivamente un essere mortale. Non solo la morte rientra nella sua definizione, ma lo descrive nella sua essenza più profonda e  scriverà:
«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo.                                                           I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio».                                                        A queste condizioni, la vita si scolora, diventa un’inutile attesa, un’ombra che si perde nella notte.
Il Signore Gesù ci invita a non spegnere in noi l’attesa, a non lasciarla soffocare dalle cose e dalla bramosia del possesso, dalla affannosa ricerca di sé ma di vivere in libertà interiore e gratuità nel costante desiderio di stare in lui e nel suo amore.
C’era un uomo ricco. Nel racconto di Luca questo ricco non ha nome. Esiste, ma non vive. Se non impara ad amare non entra nell’ anagrafe della vita. Il ricco è qualcuno per gli uomini ma senza nome davanti a Dio. Abbiamo un cuore e molte risorse umane e spirituali, abbiamo il grido dei poveri senza voce, abbiamo mezzi e scienza a nostra disposizione, ora tocca a noi decidere se abisso vogliamo trovare tra noi e la luce di Dio, o un ponte luminoso e affollato di mani e abbracci di tutta la povera gente che in noi ha trovato sostegno, aiuto, un pezzo di pane, amore. Il ricco non viene giudicato come sfruttatore. Non si dice che sia un empio lontano dall’Alleanza. Ha semplicemente goduto della sua ricchezza ignorando il povero. Lo aveva proprio lì, ma non l’ha visto. Stava alla porta della sua residenza, ma non gli si è mai avvicinato. Lo ha escluso dalla sua vita. Il suo peccato è l’indifferenza.
Oggi secondo la lettura degli antropologi. nella nostra società sta crescendo l’apatia o la mancanza di sensibilità davanti alla sofferenza degli altri. Evitiamo in mille modi il contatto diretto con quelli che soffrono. Poco a poco diventiamo sempre più incapaci di percepire la loro afflizione. Ricordiamo le parole cariche di tristezza che Papa Francesco pronuncia a Lampedusa, davanti a quel mare che per troppi è diventato una tomba crudele e ingiusta: “ Il mondo, questa nostra umanità non sa più piangere!”
Chi segue Gesù diventa più sensibile alla sofferenza di chi incontra sul suo cammino. Si avvicina al bisognoso e, se gli è possibile, cerca di alleviarne la situazione. La parabola è una sfida alla nostra vita appagata.                            Il nostro grande peccato è l’indifferenza. Ognuno di noi si chiude nella «sua vita» e resta cieco e insensibile davanti alla frustrazione, alla crisi familiare, all’insicurezza e alla disperazione di tanti uomini e  donne. Nella nostra vita abbiamo oggi più che mai bisogno di accrescere l’empatia per vincere la indifferenza che devasta le relazioni. L’empatia in una relazione interpersonale riesce a far vivere simultaneamente l’esperienza della vicinanza e l’esperienza della libertà con l’altro; e ciò non saltuariamente, ma stabilmente poiché è un atteggiamento, un orientamento di base della personalità, un modo di essere che orienta il pensare, l’agire e l’amare. La capacità di empatia richiede anche un certo disinteresse e una notevole gratuità; è la dimostrazione di una fondamentale e reale valutazione positiva degli altri  ritenendoli, non solo a parole, importanti, cari, capaci, degni di stima; ad essi viene donato, senza solennità e sforzo, un tipo di presenza viva, vitalizzante, calda e amabile. La persona egocentrica non comprende se non teoricamente il senso dell’empatia perché non ha un’attitudine di servizio verso l’altro; non riesce mai a cogliere l’altro come persona libera e creativa, come un valore; non ha la possibilità di godere del fatto che l’altro è diverso da sé e che tale diversità è un bene. La persona egocentrica quando parla con un altro è come se avesse davanti un oggetto di cui servirsi per il proprio tornaconto, per il proprio bisogno di affetto, di prestigio, di potere, di riconoscimento, di ambizione. Empatia significa amore per l’altro, con una sfumatura particolare: la possibilità di provare interesse gratuito per il mondo interiore delle persone e di relazionarsi con loro in modo spontaneo, soddisfacente, arricchente, libero, con dimostrazione autentica di vicinanza. La base dell’empatia sta nella tendenza, presente in tutti, di amare in modo sempre più aperto e universale. In realtà le nostre possibilità di amare sono ampie e non si esauriscono in una inclinazione affettiva verso una persona soltanto. L’esperienza porta ogni giorno a stabilire una molteplicità di relazioni; alcune di esse richiedono più impegno, una densità affettiva particolare e una partecipazione globale dell’essere. L’empatia è l’appoggio naturale dell’amore profondo come dono, gratuità, tenerezza, meraviglia, solidarietà, essa aiuta infatti la relazione amicale a procedere gradualmente verso la liberazione di se stessa, mediante il passaggio dall’egocentrismo al rapporto aperto e dialettico nel quale ciascuno porta se stesso nella totalità del suo essere.  Molti parlano di amore verso i poveri ma non sanno vivere un’amicizia con tutte le esigenze di fedeltà, impegno, costanza, tenacia, concretezza. Solo amando veramente qualcuno si può essere pronti per uscire incontro al mondo.                                                                 

L’empatia e la pratica dell’« agape » richiedono modalità di rapporti molto esigenti: impegnano in un costante superamento di tutte le acquiescenze egoistiche e in frequenti rotture con l’ipocrisia, l’individualismo, l’introversione esagerata, la diffidenza; e insieme li vogliono molto cordiali e intimi.