Guariento Mario | RINASCERE DENTRO E DALL’ALTO
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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RINASCERE DENTRO E DALL’ALTO

21 Mag RINASCERE DENTRO E DALL’ALTO

La chiesa, concepita e quasi portata in seno da Cristo durante la sua vita pubblica, nasce con la morte e la resurrezione del Cristo stesso.

Dio però, per salvare l’Umanità, ha sempre voluto la collaborazione libera e cosciente dell’uomo.

Non bastava perciò la creazione di questa nuova realtà di salvezza: la chiesa. Occorreva anche che, coloro che avevano seguito il Cristo, rendessero operante attraverso una più profonda comprensione, questa nuova realtà di salvezza del piano di Dio

Alle domande iniziali possiamo aggiungerne un’altra e questa anch’essa essenziale: Che cosa vuole da noi oggi lo Spirito? Gesù ha detto a Nicodemo che lo Spirito chiede ad ogni uomo di rinascere per poter costruire qualcosa di valido per il Regno. Non è facile per noi consacrati accogliere le parole di rinascita di Cristo: siamo vecchi. di tradizioni “intoccabili”, almeno a livello personale, di comodità consolidate, di età, anche, e i binari sui quali ci siamo mossi sempre e ci muoviamo si presentano “obbligati”: dalla nostra volontà, indifferenza, rassegnazione.
Chiedere allo Spirito il suo intervento? Giusto e indispensabile, ma lo riteniamo, per la nostra poca fede, impossibile e tardivo e, comunque, preferiamo strade più immediate, più concrete e percorribili dalle nostre concezioni e considerazioni. E allora la rinascita dall’alto non avviene, perché, come Nicodemo, la riteniamo impossibile, in quanto noi insistiamo soltanto sulla rinascita dal basso: le nostre doverose e necessarie, ma talvolta esclusive, programmazioni.
Il cuore del problema – rinascere nello Spirito in profondità – non viene allora afferrato e compreso: continuiamo a essere “vecchi”, persuasi che un maquillage superficiale possa togliere le nostre rughe, in tal modo precludendoci ogni rinnovamento (non “aggiustamento”) effettivo e profondo. Restiamo, tutto sommato, prigionieri di quello che siamo ora, che siamo sempre stati, credendo di andare avanti perché magari apriamo una nuova opera o non ne chiudiamo una vecchia.
Il desiderio di andare avanti è più che giusto e legittimo, ma è l’impegno ad “andare dentro” che è spesso tralasciato, quando non ignorato o considerato marginale. Ma Cristo ci chiede di entrare prima in noi, di rinascere nello e dallo Spirito per poi camminare da “giovani” appena rinati. La disponibilità dello Spirito c’è sempre, ma avvertirlo, invocarlo tocca a noi. Basta non distrarsi e crogiolarsi troppo sul “benessere della vecchiaia”, non adagiarsi sulla comodità della “pensione spirituale”. Perché, in questa situazione non rara, è allora bello essere “vecchi” (si pensa e lo si vive) in quanto ci dispensa dalle invece indispensabili “giovanili” ricerche, dubbi e sogni.
Il dinamismo dello Spirito, quello che è alla radice di ogni effettiva e non illusoria rinascita, viene sostituito dal dinamismo delle programmazioni che dona frutti immediati, ma non solidi e quindi difficilmente duraturi. Spesso siamo noi a volere indicare le strade allo Spirito, a manifestare a lui i nostri traguardi e non ci lasciamo condurre -rinati dallo Spirito-  verso i suoi traguardi.
Tentiamo di imbrigliare lo Spirito nei nostri collaudati schemi, quelli che ci danno sicurezza, e non lasciamo che lui – il Vento della Pentecoste – scompigli le nostre vedute esteriori e vecchie per farci scorgere nuovi orizzonti, nei segni dei tempi. Ma la porta delle nostre tradizioni e delle nostre resistenze lo Spirito l’aprirà comunque e noi ci troveremo sballottati dal Vento, anche se non lo avremo percepito e accolto.
Eppure lo Spirito non ci chiede molto, in termini di quantità: non quel molto dei ricchi – che poi era il superfluo, donato per farsi notare – ma ci chiede quel poco -che poi è il tutto – della povera vedova. La differenza di prospettiva, che Cristo puntualmente nota, è nella interiorità dell’offerta, nel valore “religioso” del dono. Con il cuore la vedova mette a disposizione tutto quello che ha e in tal modo tutta la sua vita viene donata. Gli altri solo qualcosa di esteriore, di cui, in fondo, loro non avevano bisogno per vivere. Cristo coglie la differenza e la grandezza del gesto: la cifra materiale non gli interessa più di tanto.
La donazione a Dio non è misurabile soltanto dalle opere, che rischiano a volte di essere espressione di “potenza”, ma dall’interiorità, dal cuore: qui è la misura di Dio. E le opere avranno totale e giusto valore se saranno costruite con e sul cuore, vale a dire sulle fondamenta, che ne assicurano e perpetuano la validità e solidità, di un’offerta di se stessi.
Cristo, attraverso questo piccolo e mirabile racconto evangelico, ci rivela che, alla fine, non sono le imprese strabilianti, appariscenti che danno la reale natura e valore alla vita – neppure quella degli istituti di vita consacrata – ma sono le opere che nascono veramente dal cuore che diventano, almeno ai suoi occhi, strabilianti. Perché sono la vita stessa. Ed è allora che Dio conta i nostri “soldi”.

E CHE COS’E LA PENTECOSTE?

Se non la presa di coscienza dei discepoli di essere il nuovo popolo di dio, l’assemblea di coloro che hanno accolto la speranza portata dal Cristo?

Se non il rendersi conto, per quei primi cristiani, che esiste uno spazio fra la venuta del Cristo e Fine dei tempi che dev’essere testimoniato fino al totale coinvolgimento della propria vita?

Anche per noi si attua la Pentecoste oggi se accettiamo con coraggio che lo Spirito di verità e di giustizia agisca nella nostra vita, e se riconosciamo, con umiltà, che operi là dove egli vuole.

Allora ognuno che è investito del ministero del sacerdozio deve essere aperto e umile nei suoi giudizi e nel suo agire nei riguardi degli altri cristiani, se veramente crede che lo Spirito santo non è uno spirito esclusivo del ministero, ma invece spirito di Dio infuso in tutti i cuori che credono e amano e che perciò vuole agire liberamente in ogni cuore e in ogni mente.

Lo Spirito di Dio non sta sotto altra legge se non quella della propria libertà; in nessun caso sta dunque sotto la legge della Chiesa, il diritto della Chiesa, il potere della Chiesa.

Se noi-chiesa riteniamo di poterci impossessare dello Spirito con qualsiasi mezzo: con la legge, il diritto, il potere, necessariamente falliamo.

Noi-chiesa non dobbiamo comandare allo Spirito: possiamo solo pregare e chiedergli: vieni e resta con noi nella tua fedeltà, nonostante la nostra infedeltà