07 Set PRIMA DOMENICA DI AVVENTO
Marco 13,33-37. 1^ Avvento
Il testo di Marco è costruito su una breve parabola molto incisiva e chiara che bussa alla nostra porta perché apriamo alla venuta del Signore.
Dal simbolismo dei testi biblici di questa domenica, Marco ne trae insegnamenti pratici e a noi propone un itinerario spirituale per l’Avvento.
Nel tempo presente il cristiano vive un impegno che non lui si è assunto, ma che Dio gli ha affidato. Il Signore gli ha affidato «i doni del suo amore».
Nell’attesa del ritorno del Signore il «servo» esercita un ruolo di supplenza. Al ritorno del Signore i servi che, pur oppressi dal sonno, saranno rimasti svegli», potranno vedere, come gli apostoli del Tabor, la «gloria» del loro Signore
Le parole alle quali Marco affida il suo messaggio sono sostanzialmente quattro: Vegliare, addormentati, notte, attendere.
La vita cristiana è come un cammino nella «notte».
In verità di «notte» non si parla in questo testo evangelico, e tuttavia il riferimento ad essa è implicato sia nella menzione dei quattro turni (v. 35) con i quali, secondo l’uso romano, le sentinelle si alternavano nella veglia notturna, sia nell’allusione al «dormire» (v. 36b).
Dunque il «padrone » (Kgrios ) viene all’incontro con i suoi «servi» mentre essi sono intenti al loro servizio in un tempo che è «notte».
● Secondo la mitologia dei greci, la Notte è figlia del Caos;
● secondo il comune immaginario popolare, lo spazio notturno e popolato di fantasie e fantasmi;
● secondo la mentalità degli ebrei, è tempo di dubbio e di tentazione, di angustia e tenebre e oscurità desolante» (Is 8,22).
Nella prima lettura, il profeta Isaia connota di tinte fosche la condizione dell’uomo peccatore: egli«vaga lontano dalle vie» di Dio, «ribelle» contro di lui, «in balia della propria iniquità» e per questo è «portato via come il vento» fa con le «foglie» secche.
Sullo sfondo di questo immaginario, Marco presenta la condizione cristiana come un vivere nella notte: il presente è un mondo di tenebre» (Ef 6,12), sottoposto al «potere delle tenebre»(Col 1,13), cioè «al maligno» 1Gv 5,19.
Nel simbolo della «notte» si richiama questo vagare nel buio del nonsenso, di una vita rinchiusa nei suoi muri di egoismo, di sensazioni esasperate, di violenze e rifiuto reciproco. Esistenze avvizzite, cuori induriti, amministratori sonnacchiosi: una chiamata in causa di tutta l’esistenza e dei valori che la determinano.
Ma c’è anche un altro senso della «notte»: più positivo e fecondo. Possiamo anzitutto dire che la «notte» è il tempo privilegiato del compiersi dei grandi prodigi salvifici. E «verso la metà della notte» che avviene la liberazione pasquale (Es 12,12.29; 11,4); è al declinare della notte che risorge il Signore vincitore (Mt 28,9); è nel pieno della notte che verrà Cristo-sposo (Mt25,6). Il salmista ama pregare: «Le tenebre non sono tenebre dinanzi a te, e la notte è luminosa come il giorno» sal 9,12).
La «notte» scandisce il tempo della preghiera più intensa e feconda della contemplazione della divinità eterna che resta misteriosa . CIRILL0 di Gerusalemme Per molti la «notte” è il tempo della rigenerazione più feconda: la notte è grembo misterioso ed essenziale di vita. Essa abolisce le distinzioni tra passato e avvenire, possibile e impossibile. La notte è «sorella portinaia della speranza» (PEGUY)
La«notte» chiama in causa la vigilanza. E non solo contro i deviamenti e le sorprese sgradite (i ladri); ma anche a favore della misteriosa venuta di colui che attendiamo. «Vigilare», nel senso biblico, è anche «vedere attraverso» i chiaroscuri l’arrivo del padrone, udire nel silenzio più profondo il canto della speranza e della vita, «Vigilare» è soprattutto tenersi desti per cogliere il «ve-niente» (»di sentinella, dice Abacuc, 2,1), per sentire quasi in anticipo i suoi passi, per anticipare l’abbraccio e lo «stringersi a lui», quando il suo volto si affaccia, e non si tiene più nascosto.
«Vegliare» significa dunque un atteggiamento esistenziale proteso verso l’incontro sperato. E ancor di più significa aprire tutto il nostro essere alla accoglienza dell’Inatteso: non sappiamo in quale ora arriva; ma neppure sappiamo in quale forma si presenti. In questa attesa c’è il rischio della routin, e, dell’amministrazione stanca e svagata, della catalogazione precisa anche del futuro, che rende Dio e la sua irruzione un’idea già catalogata, quasi un possesso già posto al sicuro.
Egli rimane invece un non-posseduto, un non- conosciuto. Egli non è afferrabile né catalogabile. Tuttavia nel mistero del suo amore ci avvolge della sua passione liberatrice, ci «plasma» come all’origine secondo il suo cuore e la sua sapienza.. :
Solo la grammatica del desiderio e dell’attesa può dirne qualcosa, può usare simboli e metafore, può far cantare il cuore e tenerlo desto.
Per paura dell’oscurità dei cieli chiusi e pesanti, molti di noi si rinchiudono nella gestione del proprio piccolo mondo «divino»: fatto di pratiche e di abitudini, di cataloghi di opere buone e di generosi propositi. Occorre dare smalto ai doni ricevuti, «riscuotersi» dal torpore, vivere responsabilmente nella «casa», assumendo la gestione del presente in modo che in esso già fiorisca il futuro che attendiamo.
Ha scritto il teologo PAUL TILLIGH:
«Non è facile annunciare Dio ai bambini e ai pagani, agli scettici e agli anticlericali, facendo loro comprendere nello stesso tempo che neppure noi possediamo Dio, che anche noi lo aspettiamo. Sono convinto che la ribellione al cristianesimo deriva in gran parte dalla pretesa, consapevole o confusa, dei cristiani di possedere Dio, e dalla perdita della dimensione dell’attesa, cosi viva nei profeti e negli apostoli».
Veramente il mezzo migliore per conoscere Dio e andargli incontro è quello di non averlo, ma desiderarlo con ardente sete, andare cercandolo, scrutando nei segni e nei suoni la sua voce e il suo «venire incontro. »
Il comando di «vegliare» viene da Gesù motivato così: « Non sapete quale sarà il momento preciso», cioè «il giorno e l’ora» del ritorno del
vostro Signore.
Queste parole sembrano legare la necessità della vigilanza all’ignoranza del tempo nel quale il Signore verrà all’incontro con i suoi servi.
Tale motivazione pare confermata dall’immagine che connota la venuta di Cristo con la subitaneità, l’imprevedibilità e la clandestinità del ladro (Ap 16,15).
In verità queste connotazioni sono finalizzate a motivare la necessità di una vigilanza continua, ininterrotta, instancabile. Dice l’Apocalisse (3,3): «Se non sarai vigilante, verrò a te come un ladro»: la venuta del Signore è furtiva soltanto per chi non è vigilante.
Invece, per i servi che si mantengono «svegli», il Signore non arriva inatteso perché essi lo aspettano, sempre «pronti ad aprirgli la porta appena” arriva e bussa». Tali servi sono dichiarati beati, (Lc 12,35-37) proprio perché sono «svegli» e «pronti».
Questa lettura del «vegliare» viene completata dall’esortazione di Gesù a non lasciarsi scompigliare o assorbire «dalle preoccupazioni», «dai piaceri della vita» (Lc 8,14). Dunque «vigilate» per «non lasciarvi scassinare la casa (Lc 12,39): se il vostro «vegliare» non sarà guastato da quei «ladri», non sarà certo Cristo ad essere «ladro» per voi.
Vegliare durante il tempo dell’attesa
Sulle due sponde del «vegliare» cristiano si pongono la prima e l’ultima venuta del Signore: la prima ha suscitato la fede del cristiano, la seconda la conduce a verità. La prima sollecitazione che ci viene dalla parola di Dio della prima domenica d’avvento è quella di attendere
E’ quello che hanno fatto i profeti, i quali, nella lunga notte d’Israele, non si sono troppo scomposti nè hanno lanciato urla di disperazione, ma hanno saputo attendere con preghiera e speranza, avendo nel cuore la certezza che un giorno il Signore sarebbe arrivato. E questa attesa, fatta di speranza e di fiducia, che deve caratterizzare la vita del cristiano, perché è fondata sulla promessa dello stesso Dio e trova, nella storia quotidiana, una grande conferma.
L’attesa del Signore deve essere vissuta nella pazienza e nella fede: non siamo noi che facciamo la storia! Noi, molto spesso, la guastiamo e la imbrogliamo, soprattutto quando chiudiamo l’orecchio alla parola di Dio. Dobbiamo, pertanto, rinnovare la nostra fede nel Signore che viene e dobbiamo anche sollevare lo sguardo verso l’Oriente, certi che il Signore verrà.
ATTENDERE CON PAZIENZA
Una virtù particolare da coltivare nella vita e da sviluppare soprattutto nel tempo d’avvento è la pazienza, una tra le più importanti e urgenti virtù del cristiano. Pazienza vuol dire attendere con fiducia, senza scomporsi, senza agitarsi e senza impaurirsi. La pazienza, però, come tutte le virtù, è dono del Signore e noi dobbiamo invocarlo con fede, soprattutto all’inizio dell’avvento, consapevoli che, nella pazienza, vinceremo ogni battaglia e, al contrario, senza questa virtù la vita diventerà quasi impossibile.