Guariento Mario | PREGARE “NELLA” E “CON” LA STORIA E’ RACCONTARSI E RITROVARSI
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
524
post-template-default,single,single-post,postid-524,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

PREGARE “NELLA” E “CON” LA STORIA E’ RACCONTARSI E RITROVARSI

02 Ott PREGARE “NELLA” E “CON” LA STORIA E’ RACCONTARSI E RITROVARSI

La preghiera è ancor oggi spesso percepita, come una realtà radicalmente separata dalla vita: un ritrarsi dal mondo per incontrare Dio. Questa visione, erede del dualismo, che ha attraversato la storia della spiritualità e che è tuttora presente è anche la ragione del rifiuto che molti oppongono alla preghiera, ritenendola una estraniazione dagli impegni della quotidianità o un ricorrere a Dio per sottrarsi alle proprie responsabilità storiche.

Preghiera e storia perciò, lungi dall’interagire tra loro, risulterebbero grandezze del tutto estranee e persino incompatibili.

Non è questa la concezione della preghiera propria della tradizione ebraico-cristiana quale emerge dalla Bibbia, in essa la preghiera è profondamente legata alla vita; anzi costituisce il momento più alto della sua espressione, quello in cui la vita è colta nella sua verità ultima.

Pregare non è infatti anzitutto “dire” o “fare” preghiere; è coltivare un’attitudine esistenziale, un modo di essere-al-mondo caratterizzato dal vivere alla presenza di Dio e dal percepirsi abitati dal suo Spirito.
E’ scoprire in sé, nelle profondità del proprio essere, quel Dio che — come scriveva Agostino — è «più intimo dell’intimo di noi stessi» e riconoscerne, al tempo stesso, la radicale alterità che impedisce cli trasformarlo in idolo o nella proiezione dei propri desideri.

Dio è “in noi” ed è “oltre noi”, e pregare è vivere con questa permanente consapevolezza, che è costitutiva dell’identità cristiana. Per questo siamo esortati a fare della preghiera un habitus che sta alla radice dei nostri comportamenti quotidiani, che riveste i connotati di un vero stile di vita.
Il “pregare”, si distingue perciò dalla “preghiera”, pur sussistendo tra le due esperienze un profondo legame, anzi un’essenziale circolarità.
La prima — il “pregare” — ha bisogno della “preghiera” per potersi alimentare; senza l’impegno a ritagliarsi “spazi” e “tempi” specifici nei quali entrare in colloquio diretto con Dio l’attitudine del “pregare” inaridisce.
La seconda — la “preghiera” — ha, a sua volta, bisogno del “pregare” per autenticarsi; senza animazione interiore, essa perde infatti la sua profondità, diviene sterile ripetizione di formule destituite di significato.
In ambedue i casi la storia è il contesto entro cui ci si deve collocare, sia perché soltanto in essa è possibile rintracciare i “segni” della presenza divina, sia soprattutto perché soltanto attraverso di essa è possibile dare vita a un incontro che assume in pienezza l’esistenza per consegnarla a Dio.

Fare esperienza di Dio nella storia e fare esperienza della storia in Dio: sono questi i due versanti che qualificano il “pregare” cristiano.

L’esperienza di Dio nella storia

La possibilità che si istituisca un rapporto fecondo tra il”pregare” e la storia è anzitutto legata alla venuta nel mondo del Figlio di Dio: nel Verbo che si fa “carne” Dio si fa “storia”, entra definitivamente nello spazio e nel tempo, condividendo fino in fondo la condizione umana.

La categoria mediante la quale diviene trasparente il rapporto che Dio istituisce con l’uomo è la categoria di “alleanza”: il Dio che si è fatto vicino continua ad essere un Dio lontano, altro, inaccessibile.
Nel mistero dell’incarnazione diviene pienamente manifesto il senso di questa dialettica: Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio-per-noi, colui che sulla croce rivela la vera natura di Dio, il suo essere agape (1 Giovanni 4, 8), e offrendoci, in maniera definitiva, la salvezza, che esige tuttavia, per essere accolta e portare frutto, la nostra libera adesione.

“Pregare” è fare proprio questo duplice atteggiamento; è vivere alla presenza di Dio e rispettarne l’assenza.
Se dal primo ci viene il coraggio di osare, sapendo che non siamo soli ad affrontare il cammino impervio della vita, che abbiamo accanto Qualcuno di cui fidarci; il secondo ci spinge all’assunzione delle nostre responsabilità; ci costringe cioè a rinunciare a ogni forma di copertura per impegnarci in prima persona a trasformare il mondo.
Il Dio della salvezza, al quale il pregare si rivolge, lo si incontra dunque soltanto negli eventi della vita, sia personale che collettiva; ma è un Dio che non si sostituisce a noi, che ci rinvia piuttosto ai nostri compiti terreni.

Il Salterio, che è il libro per eccellenza della preghiera di Israele, è “storia pregata”. Le alterne vicende dei singoli e del popolo sono assunte, nella loro immediatezza, e portate davanti a Dio: dagli stati di ingiustizia e di oppressione del giusto alla dura prova dell’esilio cui il popolo è sottoposto; dalle sofferenze fisiche e psicologiche ai momenti di gioia nei quali si sperimenta la pienezza della vita; tutto ciò che l’uomo vive e in cui si proietta è fatto oggetto di invocazione del Signore.

La preghiera ha così, di volta in volta, i connotati di benedizione e di maledizione, di domanda e di rendimento di grazie, di lode e di imprecazione; in essa si mescolano i sentimenti umani più diversi, si connettono strettamente tra loro i più elevati aneliti dello spirito con la richiesta di soddisfazione dei bisogni materiali più immediati.

Emblematica è la preghiera del «Padre nostro» — quella che Gesù stesso ci ha insegnato — dove la invocazione del regno si accompagna alla richiesta del pane, istituendo così un rapporto di continuità tra disegno di Dio e desiderio umano.
Questo significa che quando ci rivolgiamo a Dio nella nostra indigenza dobbiamo farlo aprendoci incondizionatamente al suo progetto; ma, nello stesso tempo, che la realizzazione del suo progetto non può prescindere dalla domanda di soddisfazione dei bisogni che sono alla base di ogni autentica crescita umana.

La scoperta e l’incontro di Dio “dentro” la storia, che fa del “pregare” un’esperienza totalmente immersa nella quotidianità, non può tuttavia svilupparsi in modo adeguato, se non si predispongono momenti di distacco dalle occupazioni ordinarie, in cui le esperienze feriali vengono interiorizzate al fine di ricuperane più profondamente il senso.

L’episodio della Trasfigurazione è la conferma di questa esigenza (Matteo 17, 1-13).
La rivelazione del “mistero” può avvenire soltanto laddove ci si spoglia delle preoccupazionI abituali e si entra nel silenzio, per “ascoltare” Dio che parla. La preghiera è infatti “ascolto” di una parola che viene dall’alto e che implica, per essere accolta, la capacità di fare il vuoto di sé, di mettersi totalmente di fronte a Dio, lasciandosi plasmare da lui.
La dimensione contemplativa è alla radice dello statuto dell’identità cristiana: se la fede è essenzialmente dono dall’alto, essa non può allora essere conquistata attraverso il “fare” o il” dare”, ma soltanto coltivando l’attitudine del “ricevere”, del “lasciarsi fare” e del “lasciarsi amare”.

Non siamo noi ad andare incontro a Dio, è lui che ci viene per primo incontro; nostro compito è solo quello di disporci ad accoglierlo.
Fede e preghiera sono strettamente interdipendenti: la preghiera nasce dalla fede di cui costituisce il momento più alto di espressione; ma la fede, a sua volta, ha bisogno della preghiera per alimentarsi, per mantenere vivo un rapporto che rischierebbe di allentarsi, fino a venir meno.

La capacità di scorgere Dio all’opera negli avvenimenti della piccola storia di ciascuno come della grande storia dell’umanità è dunque legata al moltiplicarsi di momenti di incontro con lui, allo sviluppo di atteggiamenti, come il silenzio e l’ascolto, che ci abilitano a guardare con occhi nuovi la realtà, scorgendo in essa i segni di una Presenza che conferisce alla storia la sua dimensione più vera.

L’esperienza della storia in Dio

A una corretta immagine di Dio deve poi corrispondere una “concezione della storia” aperta a un orizzonte che la trascende.

Israele ha fatto sua, fin dall’inizio, una concezione “lineare” della storia, dove al mito dell’“eterno ritorno”, proprio di una concezione “ciclica” in quel periodo dominante, si sostituisce una prospettiva dinamica, evolutiva, proiettata costantemente al futuro.
La venuta del regno nella persona di Gesù trasforma la storia in “storia salvata”, nella quale la redenzione è “già” all’opera anche se “non ancora” pienamente compiuta.

Le parabole evangeliche del “campo”, in cui crescono insieme il buon grano e la zizzania (Matteo 13, 24-31 e 36-43), e della “rete”, che raccoglie pesci buoni e cattivi (Matteo 13, 47-5 0), sono la testimonianza dell’ambivalenza del mondo in cui viviamo, e perciò della necessità di un costante discernimento.
I “segni del tempo” vanno interpretati per decifrarne il messaggio salvifico senza incorrere nel rischio di superficiali cortocircuiti o, peggio, di un adeguamento conformistico all’esistente privo di ogni prospettiva di mutamento.

Il “pregare” ha una importante funzione di discernimento. L’accostamento agli eventi umani e naturali come realtà in cui si rende manifesto il progetto divino è possibile ma emergono insieme le resistenze che ad esso si oppongono — la presenza del male è un dato costante della storia — mentre ci sollecita a “rendere grazie” per quanto ci è stato dato, ci spinge a invocare l’aiuto dall’alto per non essere sopraffatti nella tentazione. Gli eventi della storia sono espressione di un disegno complesso, nel quale il farsi del regno si intreccia con la presenza di energie negative che si annidano negli istinti meno nobili dell’uomo.

La preghiera, che affonda le sue radici nel terreno magmatico della storia dal quale non è possibile, né giusto evadere, ci abilita a cogliere in essa le tracce del “diverso” e dell’“inedito”. Le logiche “ovvie” alle quali solitamente ci riferiamo sono messe sotto processo e sostituite da logiche nuove capaci di creare le condizioni per l’irruzione dello Spirito, il cui soffio ha la forza e l’imprevedibilità del vento.

La preghiera è soprattutto evocazione: non entra nella storia per catturarla, ma per fornirle un senso, che può essere percepito e fatto proprio solo mediante la fatica di una profondo cambiamento di visione, di mentalità, di una radicale purificazione degli occhi e del cuore. Il linguaggio del “pregare” è un linguaggio simbolico: la preghiera non è ideologica, non si propone di “spiegare” né ha la pretesa di essere utile a qualcosa; appartiene all’area del gratuito, di ciò che è per definizione “inutile”, dove a contare sono persone e cose riconosciute per il valore che hanno in sé e accolte nel segno della comunione.

La preghiera non è sostitutiva dell’azione; spinge anzi costantemente verso di essa.
La consapevolezza che il mondo è rimesso alle proprie mani obbliga l’uomo ad impegnarsi per trasformarlo, non delegando ad altri ciò che ciascuno è chiamato a fare in prima persona e tanto meno cercando rifugio dietro il paravento di un “Dio tappabuchi”.
La preghiera ci stimola, anzitutto, a praticare la giustizia, contribuendo a rendere il mondo più abitabile.

Ma essa è anche richiesta di un “di più” che non può essere conquistato con lo sforzo umano; va invece invocato e atteso come “dono” dall’alto.
Pregare è coltivare la speranza “contro ogni speranza” per la vita di quaggiù e chiedere, nel contempo, con insistenza che si affretti il giorno del ritorno del Signore.

Per questo, il pregare non può che culminare nell’invocazione con cui si chiude il libro dell’Apocalisse e l’intera rivelazione: «Vieni, Signore Gesù» (22, 20).

 

Raccontarsi è ritrovarsi nella preghiera

Ogni uomo, ogni qualvolta si raccoglie al centro di se stesso, si può esprimere come un essere in cerca di risposta, una voce o un grido in cerca di ascolto. Di questa struttura aperta che ogni uomo è, si può cogliere la logica profonda nel fatto che a una umanità invocante ascolto, l’annuncio di rivelazione e di salvezza si rivolga con un appello: «Ascolta!».

Se non riapri in te l’ascolto non sarai capace di ascoltare te stesso, non sarai capace di ascoltare gli altri e quindi neppure di fare la esperienza di essere ascoltato. Ascolta perché il tuo grido è da sempre udito, sempre preceduto, forse provocato dalla voce di Uno che ti parla anche con il suo inquietante silenzio.
E’ veramente strano e salvifico che nella storia spirituale dell’umanità sia apparsa una fede il cui cuore è questo appello all’ascolto visto esso stesso come già una risposta di Dio all’invocazione umana.
L’ascolto oltre a preservarci da ogni tentazione funzionale efficientistica, può diventare preghiera, quel tempo in cui possiamo fare esperienza dell’eccedenza del senso e del sentimento oltre i suoni e i rumori del mondo, dove l’incompiuto desiderio che sempre abita l’ascolto spera di trovare il tempo e l’intenzione di una risonanza dello Spirito che è in ogni voce e cuore umani.
Viene sempre il tempo in cui devo decidermi per la mia personale forma di libertà, solo nell’ascolto potrebbe nascere una possibile sintonia tra la mia identità, impegno e il pensiero di Dio su di me e la mia scelta.
Nella preghiera sono alla ricerca della Parola di Dio che io sono, che Dio ha rivolto a me: devo interpretare il messaggio cifrato che io sono a me stesso.
Solo quando si crea questa sintonia nasce la pacatezza: nel riscontro tra ciò che Dio pensa su di me e ciò che io penso della mia vita.
Nella preghiera imparo ad acconsentire alla mia insignificanza anche sociale. Imparo a prestare attenzione a ogni presenza. Nell’attenzione imparo a fare ciò che debbo fare e a reggere, accogliere ciò che la vita mi riserva: energia e vulnerabilità.
Siamo collocati in un paesaggio di fede senza convulsioni, non ci sono più soli accecanti o notti oscure, ma un tunnel chiaro-scuro.

Nella preghiera la vita si comprende e si racconta.
Anche la preghiera comune è per lo più una somma di solitudini e la preghiera solitaria sa già di solidarietà con gli altri in questa forma di comprensione del noi.
In questa costellazione di senso pregare è prestare ascolto, dare spazio a quella forza che anima, aspirare a ciò che mi fu dato, che mi affascina, mi attira, mi dà conforto, mi rincuora. Scoprire lo Spirito della mia originalità e in questo posso anche scoprire la comunanza con gli altri e in questo diventiamo comunione. Attingiamo così allo Spirito santo, a quello Sconosciuto al di là della parola che ci ricorda che da sempre Dio ci ha posti nella circolarità della benedizione.
La preghiera ci costringe ad abbracciare, a prestare ascolto alla nostra singolarità, a reggere noi stessi, a captare i diversi messaggi che siamo, a scoprirci quali promesse di Dio. Intrattenendomi con me stesso, mi scopro, forse per grazia, traccia, riverbero di una Parola e così imparo ad accogliermi come dono, come possibilità aperta.
La vita può rivelarsi allora come parabola tra memoria, presenza e avvenire. La memoria è come la culla di quello che sono stato, e l’avvenire mi invita ad abbandonarmi a quello che posso diventare, devo dire di sì alla generazione di me stesso. Solo chi si è intrattenuto con se stesso saprà scoprire gli altri come fratelli che portano il suo stesso giogo della vita e vivono nello stesso gioco della vita. Ci accorgiamo così che l’altro non è un incidente e accidente che posso ignorare a cuor leggero. Ricordiamo le parole così umane e divine di Gesù a Maria nel giorno della risurrezione (Giovanni 20, 11-19): «Perché piangi?»: ecco la domanda cruciale di questo dialogo. Gesù tocca la sofferenza dell’altro, quella sofferenza che è anche il suo splendore. Tocca senza voler strappare, estorcere all’altro il suo mistero.

A volte avviene che la parola di Dio incroci forse, come un meridiano invisibile, chi l’attende con coraggio e senza pretese, chi è aperto a farsi carico della propria indigenza.
Qualche cosa mi scuote, mi ferisce, mi strappa dalle mie consuetudini. In un ascolto vero che diventa preghiera io ospito una realtà che fa sì che qualche cosa cominci a muoversi in me: è un’ospitalità che non è certo favorita dall’attuale frenetica ricerca di esperienze.
Pregare non è principalmente ricercare, ma attendere una conoscenza fra ciò che mi viene incontro e tutta la storia della mia vita.
Ma questo non è ancora sufficiente; un vero ascolto si nutre dell’interpretazione: devo ospitare l’evento nell’economia della mia anima. Più incisivo un evento è, più ha bisogno di un lungo processo di deciframento; per gli apostoli ci sono voluti anni per capire ciò che era loro avvenuto nell’incontro con Gesù. Quando qualche cosa ci segna nel profondo abbiamo bisogno dell’intera vita per inverare e verificare il terremoto interiore che ci ha scosso dalle fondamenta. In ogni vera esperienza di preghiera si genera un qualche mutamento di me stesso.
Mi trovo avviato su un cammino imprevedibile e mi trasformo liberandomi da me stesso. Nella preghiera cristiana tutte le esperienze si capovolgono e anche il momento dello scacco, del fallimento si affaccia su un significato più grande e forse dilata il mio sguardo. Imparo ad abdicare ad ogni autosufficienza perché sento che anche ciò che ci è più vicino non l’abbiamo mai in mano ma ci sorpassa sempre. E’ cammino aperto e inesauribile.
Il percorso della preghiera non si esaurisce mai. Chi ha saputo cogliere le voci del mondo, e forse di Dio lasciandole diventare carne della sua carne, non ha paura di esporsi, di diventare figura inerme, indifesa forse fino alla confutazione. Anche Gesù si è esposto sino a farsi condannare, ma non ha perso la sua dignità, non si è abbandonato a una lamentela infinita. Infine la preghiera ci insegna a trovare un ritmo di vita: viviamo tra lode, lamento e supplica, nel ritmo dell’accogliere e del lasciare, come nel respiro.
La preghiera mattutina si configura come apertura, gesto dell’accoglienza; devo affidarmi a quanto mi viene incontro. Nell’accogliere si configura già il gesto dell’abbandono tipico della preghiera della sera, in cui consegno l’incanto e l’ambivalenza della mia giornata nelle mani di uno più grande di me, Dio Padre.

In questa prospettiva una vita interpretata dentro la grande ragnatela della preghiera riveste una nuova fisionomia, anche se nulla sembra cambiato.
Pregare ci aiuta forse a venerare la verità senza diventare fanatici, amare il bene senza diventare moralisti, amare il mistero senza diventare devoti, abbracciare la nostra fragilità senza andare alla deriva.

Forse è proprio in questo che splende l’essenza del cristianesimo: ci fa intuire fra le peripezie della vita quell’insignificante sovrappiù di grazia come possibilità di vita.