22 Dic MEDITAZIONE SUL NATALE
La festa del Natale, festa avvolta dalle penombre del mistero e del silenzio, ci chiama a raffinare e allargare lo sguardo mistico della fede: solo così possiamo immergerci nella contemplazione e nell’ adorazione stupita dell’Incarnazione. Guardando il bambino nella mangiatoia, non basta fare appello al registri dell’emozionale, bisogna contemplarlo nella scandalosa presenza del mistero, lasciandoci illuminare da un’incessante “ruminazione” della Parola e convertendoci all’amore. Risuonano in noi alcuni testi carichi di gioiosa certezza: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio, il Verbo si fece carne e venne ad abitare in noi».
Questi accenti che tradiscono lo stupore, ci invitano ad aprire il nostro cuore alla contemplazione meditativa del Figlio di Dio, il quale, per amore, si abbassa assumendo l’umiltà della nostra condizione, per farci partecipare alle perfezioni della sua stessa condizione divina. L’incarnazione nel suo muto silenzio ci grida che l’uomo è chiamato a raggiungere Dio. S. Basilio ci dà un’idea di ciò che rappresenta l’Incarnazione: il desiderio e la follia di Dio di amarci e la nostra di amare Dio. L’amore di Dio non lo si può insegnare.
Nessuno ha mai imparato da un altro a godere della luce e ad aderire alla vita, né altri ci ha insegnato ad amare chi ci ha generato. Così dunque non è possibile imparare dal di fuori l’amoroso desiderio di Dio. Ma insieme al formarsi dell’essere vivente è posta in noi una qualche ragione germinale, che porta in sé i presupposti della connaturalità dell’amore. E la scuola dell’amore di Dio, una volta intrapresa, è fatta per coltivare questo germe con cura, per nutrirlo con sapienza e per condurlo al compimento. Non c’è desiderio più amoroso di quello che da Dio viene infuso nell’anima purificata da ogni malizia e che con intima sincerità dice:” Ferita d’amore io sono, inenarrabili sono i fulgori della tua divina bellezza”. Questo desiderio di Dio viene da lui, non da noi.
Praticando questa ascensione verso la Bellezza e verso il Bene, slanciandosi verso Dio in un movimento d’amore purificato da ogni passione carnale, la nostra persona si fa tenda che accoglie il Verbo. E il Verbo entra nella concretezza dei miei gesti, abita nei miei pensieri, nel mio cuore, nelle mie delusioni, nelle mie angosce e speranze, nelle mie parole. E il mio sguardo allora si fa tenero e accogliente.
La nostra grandezza non dipende dalle nostre imprese ma da chi ci abita, da chi ascoltiamo. Il divino Sposo verso il quale salgono questi slanci d’amore concede a coloro che lo amano, di cantare, nell’estasi d’amore, la dignità stessa del corpo umano nella sua vocazione ad essere glorificato. Il corpo diviene capace di ricevere lo Spirito, quindi di permettere l’inabitazione del Verbo di Dio.
Per Ireneo, dire che “il Verbo si è fatto carne”, significa affermare che è unito all’opera da lui modellata all’origine e che c’è identità tra “la carne del Signore e la nostra carne”. E come per amore Dio all’inizio ha creato l’uomo, con lo stesso amore nell’ Incarnazione Dio ricrea l’uomo che non si è mostrato capace di realizzare la sua esistenza secondo il cuore e il progetto stesso di Dio. Il Verbo si colloca così nel cuore stesso della creazione e ricreazione dell’uomo. Il Natale ci ricorda dunque la nostra seconda creazione non più con la terra ma con la stessa carne di Dio, il Verbo.