29 Mag Festa della Trinità. Giovanni 3, 16-18.
La riduzione della fede a prassi non ha arricchito ma impoverito la fede, ha trasformato la prassi stessa in legge e coercizione.
Per liberare la prassi, non per liberarci dalla prassi, è necessaria una riscoperta della meditazione, della contemplazione. Non ciascuna per se stessa ma soltanto insieme prassi e adorazione introducono l’uomo nella storia di Dio.
La riscoperta del significato della Trinità come relazione ha inizio con il superamento della unilateralità di un pensiero soltanto pragmatico e con la liberazione della prassi dell’attivismo.
La Trinità fonda quindi la verità della vita dell’uomo. la vita dell’uomo è come per la Trinità “relazione d’amore ”. in questa relazione c’è l’amore-dono e l’amore-piacere, eros.
E’ questo il modulo, il paradigma della vita trinitaria, il modulo anche della nostra vita. Direi che la gioia e la felicità della nostra esistenza è data soprattutto dalla qualità delle nostre relazioni e viceversa. Saper costruire relazioni autentiche, sane, ricche promozionali… è segno di maturità, di equilibrio interiore e di una forte visione della vita e dell’altro.
La riflessione sulla Trinità ci porta a liberare la ragione operazionalizzata, a renderci capaci di percepire l’altro, di partecipare all’altro. Narrare l’essere di Dio non può né deve significare altro che narrare l’amore di Dio. Dio è l’evento irraggiante dell’amore stesso.
Riflettere sulla Trinità vuol dire spostare il paradigma della vita verso una nuova realtà: dall’io al tu, dal reale concreto al reale mistico.
Per vivere nella storia secondo il paradigma trinitario occorre coltivare in noi alcuni atteggiamenti che fecondano la nostra quotidianità: la nostra apertura al mondo sia interno che esterno, deve trovarci aperti ai nuovi modi di vedere le cose, ai concetti e alle idee nuove che l’intelligenza e la ricerca della persona producono; il nostro desiderio di autenticità permei il nostro spirito. E’ poi importante valorizzare la comunicazione come la volontà di rifiutare l’ipocrisia, l’inganno e i discorsi doppi della nostra cultura; essere franchi nelle nostre relazioni.
Accanto a questo urge oggi coltivare il desiderio di totalità. Non amare di vivere in un mondo a compartimenti stagni: corpo e mente, salute e malattia, intelletto e sentimento, scienza e senso comune, lavoro e non-lavoro, inoltre saper lottare per una totalità della vita dove pensieri, sentimenti, energie sono integrati nell’esperienza. Nutrire un forte desiderio di intimità: cercare nuove forme di vicinanza, di finalità condivise, nuove forme di comunicazione nella Comunità.
Aprire il cuore alla dedizione e aiuto verso gli altri: una dedizione gentile, non moralistica, non giudicante. Credo che riflettere sulla Trinità significhi rigenerare in noi la brama per lo spirituale, e vivere di pace interiore. In Occidente la maggior parte dei cristiani, per la loro prassi di vita e per la loro esperienza, sono soltanto “monoteisti”. Sembra che poco importi, sia nella dottrina della fede, come nell’etica, che Dio sia Uno e Trino.
Il mondo moderno è un mondo pragmatico: ciò che non diventa azione non ha alcun valore. Soltanto la prassi verifica una teoria, perché la realtà è diventata il mondo storico dell’uomo.
La comprensione moderna della fede cristiana come prassi di vita, che tenta di conformarsi al vivere di Gesù per portare avanti la sua causa, è soltanto mezza verità, perché percepisce solo un lato della dedizione del credente.