Guariento Mario | Domenica Tredicesima. Matteo 10, 37-42
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Domenica Tredicesima. Matteo 10, 37-42

26 Giu Domenica Tredicesima. Matteo 10, 37-42

La vita del cristiano si rivela fondamentalmente come un cammino di sequela di «Gesù, il Figlio obbediente del Padre fino alla morte e alla morte in croce».                                            

Uno dei rischi maggiori del cristianesimo attuale è che si trasformi poco a poco da una «religione della croce» a una «religione del benessere». L’insistenza sull’amore incondizionato di un Dio Amico non significa la fabbricazione di un Dio a noi conveniente, il Dio permissivo che legittima una religione borghese. Essere cristiani non significa ricercare il Dio che mi conviene e dice «sì» a tutto, senza incontrare il Dio che, proprio perché è Amico, risveglia la mia responsabilità. Scoprire il vangelo come fonte di vita e stimolo per una crescita sana non significa vivere «immuni» dalla sofferenza. Il vangelo non è un tranquillante per una vita organizzata al servizio dei nostri fantasmi di piacere e benessere. Cristo fa godere e fa soffrire, consola e inquieta, sostiene e contraddice. Solo così è via, verità e vita. Nella fede, come in amore, tutto procede sempre mescolato: la donazione confidente e il desiderio di possesso, la generosità e l’egoismo. Per questo non dobbiamo cancellare dal vangelo queste parole di Gesù che, per dure che appaiano, ci mettono davanti alla verità della nostra fede.

Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Dunque, il discepolo che ha deciso di seguire il Maestro, non può aspettarsi un destino diverso.

L’agire salvifico di Dio nella storia rivoluziona i quadri di riferimento dei rapporti umani e delle relazioni: il morire è vita, il perdersi è ritrovarsi, il donare è ricevere…

La croce è il campo di Dio, della sua azione vivificatrice, che si esprime con potenza salvifica nel cuore stesso di una realtà contrassegnata da debolezza, impotenza, infamia ed assurdità.

Il progetto del Padre è all’insegna della gratuità. Nessuno può avanzare meriti, le risorse di intelletto, di cuore, di spirito… non contano più. Ciò che conta è il dono di sé, la croce come segno supremo dell’amore.

Seguire Cristo vuol dire seguire la Sapienza di Dio, divenire sapienti, cioè innamorati dell’Amore, vivere amando Dio e i fratelli come ha fatto l’Amato.

L’amore coinvolge ogni esistenza e la rende capace di essere, di donare, di vivere. Darsi personalmente a Dio vuoi dire vivere l’amore totale, in una radicalità di valori sempre più genuina e attuale. Non dovrebbe far meraviglia oggi dire che il discepolo è chiamato a sviluppare la sua condizione di persona. La rinunzia, il sacrificio perciò, che pure fanno parte della vita, non cancellano l’impegno dell’espansione personale. Il discepolo è cosciente di essere stato afferrato dal Cristo e quindi di aver accettato di vivere con lui in totalità di amore e nella disponibilità verso gli altri, appunto perché Dio nel suo amore creativo porta necessariamente a essere per gli altri.                                                                                               

Si vive la grande formula dell’amore cristiano: amanti perché amati.