05 Dic Domenica Seconda di Avvento- Matteo 3, 1-13
In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea.
Il deserto è luogo dello svelamento di Dio come presenza amica pronta a dar vita ad una nuova creazione, è una componente necessaria dell’itinerario religioso dell’uomo. Infatti solo nella solitudine è possibile percepire la voce che chiama all’uscita dall’ io informe e caotico in forza dello Spirito dato dal Padre per mezzo del Figlio. «Chi desidera, scrive Bernardo di Chiaravalle, udire la voce di Dio, si ritiri nella solitudine; questa voce non risuona nelle piazze; un consiglio segreto vuole un ascolto segreto. Dio non discorre con quelli che stanno al di fuori di se stessi.»
Solo all’uomo che entra nel profondo del silenzio è dato capire il suo vero male e ciò di cui ha veramente bisogno. Chi ama il silenzio si nutre di umiltà, di povertà e carità.
Il silenzio ci permette di custodire il nostro cuore, ci aiuta a discernere, ad acquisire la capacità di distinguere in sé e negli altri la qualità di ciò che arde nel cuore. Leggiamo in S. Macario:
«Quando l’uomo è abituato al discernimento vedrà con evidenza se ciò che brucia nel cuore viene da Dio o dal maligno. Il cuore attraverso la percezione spirituale è capace di giudicare ciò che è dello Spirito e ciò che è illusione dell’Avversario».
La custodia del silenzio ci fa vivere ed accrescere la capacità di dire una parola che va immediatamente al cuore delle situazioni perché nata da cuori che dimorano nella contemplazione, una parola eco della Parola tanto da divenirne la voce. Giovanni Battista è l’esemplificazione di tutto questo. «Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.» La storia della salvezza, nei suoi vari momenti, si snoda attraverso una continua collaborazione tra Dio e l’uomo. Tale collaborazione mira al bene dell’intera umanità, ma passa attraverso la mediazione di alcuni personaggi, da Dio scelti e inviati a noi. Matteo, in questa pagina del suo Vangelo, ci presenta Giovanni il battezzatore.
Egli ci chiama a conversione cioè ad una vita semplice, essenziale, libera dall’ansia, a lasciarci trasformare senza smettere di essere fedeli a ciò che siamo, vivere in ascolto. La conversione è una forza che non aggredisce, un amore che non pretende, perché non nasce dal calcolo, non chiede garanzie, non fa del legame un possesso, valorizza il piccolo, il minimo, il non appariscente. Convertirci ci fa entrare in un’etica della delicatezza, una forza che nasce dal non irrigidirsi, una saggezza che emerge dall’accogliere ciò che accade. Riuscire a vivere da convertiti è scegliere ogni giorno la speranza, pur conoscendo bene la delusione. Non una speranza ingenua, ma una speranza che nasce dall’esperienza, che sa quanto sia fragile e proprio per questo diventa più vera. Come attraversare le fatiche del vivere quotidiano, quando gli sforzi sembrano inutili, quando le paure prendono il sopravvento? Forse non si tratta di riuscire, ma di restare in cammino. Forse la risposta è proprio nel continuare a provarci, senza sensi di colpa, senza il peso dell’inadeguatezza: provare, semplicemente provare, non per eroismo ma per fedeltà a ciò che conta davvero. Perché c’è una Sapienza segreta che ci guida anche quando non la vediamo, oltre la nostra esigenza di controllo e oltre la nostra volontà. Il nostro compito è restare aperti, docili, morbidi, disponibili al Mistero. E così il vivere, per ciascuno di noi, diventa preghiera silenziosa, senza parole, senza testimoni, solitaria ma non isolata.