Guariento Mario | Domenica Battesimo di Gesù. Matteo 3, 13-17
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Domenica Battesimo di Gesù. Matteo 3, 13-17

09 Gen Domenica Battesimo di Gesù. Matteo 3, 13-17

«Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
E davvero il Dio-con-noi che si immerge, in me, nel mio limite, nella mia solitudine, nella mia fragilità, che va così dentro nell’umanità e così lontano, perché nessuno si senta così peccatore e così lontano da non poter essere raggiunto. Il brano è come una miniatura di tutto il vangelo e ne racconta alcune delle verità più alte. Racconta i simboli della Trinità: una voce, un figlio, una colomba; racconta Gesù: il figlio che si fa fratello, che si immerge solidale nel fiume dell’umanità; racconta l’uomo: un fratello che diventa figlio.
E parla di me, con quelle parole dal cielo: tu sei il mio figlio prediletto. Sono io il figlio amato, ognuno è il figlio preferito di Dio. A ognuno ripete: tu porti tutto il mio amore, tu sei mio figlio. Le stesse parole pronunciate su di noi nel giorno del nostro battesimo, quando fummo immersi in Dio. Io continuo a essere figlio sempre perché vivo delle mie sorgenti…e Dio è davvero la sorgente delle mie parole, delle mie scelte, dei miei giudizi?
Se è così, la mia esistenza diventa narrazione di Dio; ogni vicenda si fa discorso su Cristo, ogni vita parla di Dio: ognuno è un Cristo incipiente, un figlio incompiuto. E ci prende una nostalgia, o un sogno, o una strana passione, comunque un desiderio caldo di fare qualcosa che assomigli a quel: “passò nel mondo facendo del bene”, Atti 10,38, di cui parla Pietro.
E’ la sintesi ultima, consolante, della vicenda di Cristo e di ogni nostra esistenza: esistere per Dio, per guarire la vita, per guarire il male di vivere. Desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che dice Isaia del Servo di Dio, un miracolo di parole consolanti: “non griderà, non spezzerà, non spegnerà”, lsaia 42,23.  La vita fragile non è condannata; l’uomo non è spezzato; è invece il cielo, dice Matteo, che si spezza, che si apre, che si lacera. Dio non castiga la fiamma debole, ma la fa diventare luminosa e forte; non condanna la fragilità, ma l’ipocrisia dei pii e dei potenti; non punisce i nostri inverni, ma soffia la sua primavera.
Perché l’uomo non coincide con i suoi peccati, né la vita con le sue fratture. Il male non è mai rivelatore dell’uomo. Qualcuno, un agnello, vi si è immerso, l’ha portato via, e ora sento solo l’eco di una voce che mi dice: figlio. L’eco di un cielo che si apre. E nessuno lo richiuderà mai più. «Tu sei il Figlio mio, l’amato». Gesù vive sentendo che Dio è Padre. Questa esperienza di Dio come padre amato non fa chiudere Gesù in una pietà individualista ed esclusiva. Questo Padre è il Dio di tutti i popoli, il tenero Padre di tutte le sue creature. È il Dio di tutti, anche di quelli che lo dimenticano. E Gesù non si chiude neanche in un’esperienza egocentrica di Dio. Non lo cerca per liberarsi delle sue paure, compensare i suoi vuoti o sviluppare le sue fantasie religiose. L’unica cosa che cerca è che la felicità, la misericordia e la bontà di questo Padre si trasmettano a tutti e l’umanità possa conoscere una vita più degna e più appropriata a figli e figlie di Dio.
Il Dio che ci mostra Gesù non è interessato, in primo luogo, a quello che pensiamo di lui e a come lo sperimentiamo, ma a come ci comportiamo con coloro che soffrono. Viviamo effettivamente da figli e figlie di Dio quando reagiamo da fratelli verso coloro che non possono godere di una vita degna.
Gesù non è un uomo vuoto o disperso interiormente. Non agisce in quei villaggi di Galilea in modo arbitrario né mosso da qualche interesse. Fin dal principio i vangeli dicono chiaramente che Gesù vive e agisce mosso da «lo Spirito di Dio».
Secondo tutta la tradizione biblica, lo «Spirito» è l’alito di Dio, che crea e sostiene la vita intera. La forza posseduta da Dio per rinnovare e trasformare i viventi. La sua energia amorosa che cerca sempre il meglio per i suoi figli e figlie.