16 Gen Domenica terza del Tempo ordinario. Matteo 4, 12-23
«Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
L’evangelista Matteo cura molto lo scenario in cui Gesù fa la sua apparizione pubblica. Si spegne la voce del Battista e si inizia ad ascoltare la nuova voce di Gesù. Scompare il paesaggio arido e cupo del deserto per lasciare la scena al verde e alla bellezza della Galilea. Gesù abbandona Nazaret e si sposta a Cafarnao, sulla riva del lago. Tutto suggerisce la comparsa di una vita nuova.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
La conversione di cui parla Gesù non è qualcosa di forzato. È un cambiamento che va crescendo in noi nella misura in cui ci rendiamo conto che Dio è qualcuno che vuole rendere la nostra vita più umana e felice. Convertirci è deciderci di introdurre nel mondo la compassione. Si deve dare impulso a un processo di guarigione che liberi l’umanità da quello che la distrugge e degrada. Gesù non è riuscito a trovare un linguaggio migliore. La cosa decisiva è curare, risanare la vita, costruire una convivenza orientata verso una vita più sana, degna e felice per tutti, che raggiungerà la sua pienezza nell’incontro definitivo con Dio. Questa è l’eredità di Gesù. Una religione non potrà mai essere benedetta da Dio, se non cerca la giustizia e la carità.
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, e disse loro: «Venite dietro a me ». Nessuna cornice « sacra » per la chiamata dei primi discepoli, ma lo scenario del lago e lo sfondo della dura vita quotidiana. Troviamo qui i tratti essenziali che già definiscono la figura del discepolo: la centralità di Gesù e amare come lui amò. I primi credenti compresero la vita cristiana come un’avventura costante di rinnovamento, un costituirsi progressivamente uomini nuovi. Il discepolo è colui che impara Gesù e lo apprende nella fede. L’essenza dunque del discepolo è quella di quest’uomo singolare che ascolta la Parola e da questa si lascia educare a sapere e a vedere Gesù, a prendere la sua forma. Forse, dopo venti secoli, noi cristiani abbiamo bisogno di ricordare che l’elemento essenziale e primario della fede cristiana consiste proprio nel seguire Gesù Cristo, fare di lui l’icona, la parabola della nostra vita
Non si tratta di un atteggiamento infantile e immaturo di imitazione senza spirito creativo. Seguire Gesù significa, piuttosto, ispirarsi a lui per continuare oggi in modo responsabile l’opera appassionante cominciata da lui e con lui. Assumere la sapienza che diede senso alla sua vita e viverla nel nostro contesto storico in modo creativo, identificarci progressivamente con gli atteggiamenti fondamentali che diedero senso alla sua esistenza, acquisire il suo «stile di vita».
Le prime comunità ci hanno insegnato e testimoniato che essere cristiano significa «seguire la Via». Questo è il termine impiegato dai primi cristiani per significare la sequela di Cristo. Essere cristiano non significa appartenere alla Chiesa, fare la professione di fede, aderire alla morale cattolica e compiere i riti cultuali prescritti, ma maturare in sé una sapienza, uno stile di vita, secondo l’insegnamento di Gesù. Scriveva Etty Hillesum nel suo diario nel campo di Westerbork: ”Non c’è alcun poeta in me, c’è solo un frammento di Dio in me che potrà crescere fino a diventare poeta. In un campo, bisogna pure che un poeta ci sia, che da poeta viva questa vita, proprio questa, e in futuro la possa cantare.”