Guariento Mario | Domenica Quattordicesima. Matteo 11, 25-30
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Domenica Quattordicesima. Matteo 11, 25-30

03 Lug Domenica Quattordicesima. Matteo 11, 25-30

Ti prego leggi per intero il testo che la liturgia di oggi ci propone. E’ un annunzio che nasce dall’amore. Come la poesia è intesa solo da chi la ama, così queste parole nel loro mistero sono conoscibili solo da chi le ama. Si tratta di una conoscenza affettiva, di una conoscenza che proviene dall’amore di Cristo Gesù che parla all’uomo, nell’uomo, dell’uomo che proprio in virtù di questo amore riesce a conoscere e a conoscersi profondamente.

Solo la poesia, con parole piene di silenzio, di immagini che lasciano spazio all’invisibile, può dire qualcosa senza dire nulla perché è aldilà di tutto ciò che possiamo pensare o immaginare,

Gesù poeta vive uno stato di stupita attenzione al soffio, orientato verso la luce come un fiore. Egli ha imparato a sviluppare la capacità di ascolto, di attenzione senza attesa, a coltivare la bellezza di un silenzio recettivo. Con improvviso baleno la sua parola, la sua presenza illumina: non c’è che lasciarla cantare e adagiarsi nella sua musica come in una culla, seguire la scia dolce del suono.

La poesia può essere il principio ermeneutico che permette di conoscere il cuore di Dio e dell’uomo. È un atto spirituale che penetra, vivifica, ci inebria e ci nutre, apre alla contemplazione.                Gesù in preghiera, continua a pensare ai «piccoli». Vivono oppressi dai potenti e non trovano conforto nella religione del tempio. La loro vita è dura. «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi». È il primo appello, diretto a tutti coloro che sentono la religione come un peso e a quelli che vivono oppressi da norme e dottrine che impediscono loro di percepire la gioia della salvezza. Se si incontrano in modo vitale con Gesù, sperimenteranno un ristoro immediato. Bisogna allora cambiare giogo. Abbandonare quello dei sapienti e dei dotti e prendere quello del poeta Gesù, che rende la vita pregnante di luce timida ma abbagliante. E’ l’amore che libera e rende semplice il vivere.

Un aspetto della spiritualità evangelica che nel mondo contemporaneo non è sufficientemente valorizzato e non tenuto nel debito conto, è la semplicità.
In una società come la nostra che diventa sempre più complessa, noi ci accorgiamo che l’unica strada che porti al recupero dell’autenticità esistenziale e alla fecondità è quella della semplicità. L’uomo di oggi valorizza soprattutto l’immagine. E questo un dato rilevante della cultura odierna con il grosso rischio che l’immagine tenda a prevalere sul pensiero, le apparenze sui contenuti. Ritrovare la virtù della semplicità è ricuperare quella condizione essenziale della vita, in base alla quale noi possiamo essere veramente noi stessi. Le apparenze portano alla frammentarietà, complicano le relazioni interpersonali, generano incomunicabilità e disunione. Per salvare le apparenze, spesse volte l’uomo è lacerato in se stesso: si verifica in lui quel fenomeno di schizofrenia esistenziale che non lo fa essere se stesso. La semplicità, che è essenzialità diventa una attitudine spirituale che penetra, vivifica, ci inebria e ci nutre, apre alla contemplazione. Non soffochiamo il folle poeta, il mistico che c’è in noi.