14 Nov CHIAMATI E MANDATI INSIEME
Invocazione
Liberami o Spirito di Dio da tutto ciò che io credo di sapere
e che paralizza il mio interesse.
Conserva giovane il mio spirito
e trasparente la mia intelligenza.
Dammi un’anima accogliente, un cuore aperto,
una mano sempre tesa all’amicizia.
Apri il mio cuore a tutti i bisogni di amore.
Che mai gli occhi di un giovane debbano incontrare i miei
senza che possa vedervi un’anima pronta per lui.
Dammi o Signore, un’anima disponibile
che accoglie i disegni della tua provvidenza,
un’anima sempre disposta a ricevere dalle tue mani
gioie e sofferenze,
che possa non stupirsi dinnanzi a qualsiasi tuo invito.
Amen.
Costituzioni SDB art.49
Vivere e lavorare insieme è per noi salesiani una esigenza fondamentale
e una via sicura per realizzare la nostra vocazione.
Per questo ci riuniamo in comunità, nelle quali ci amiamo fino
a condividere tutto in spirito di famiglia
e costruiamo la comunione delle persone.
Nella comunità si riflette il mistero della Trinità;
in essa troviamo una risposta alle aspirazioni profonde del cuore
e diventiamo per i giovani segni di amore e di unità.
Costituzioni FMA art.49
Vivere e lavorare insieme nel nome del Signore
è un elemento essenziale della nostra vocazione.
La nostra comunità, adunata dal Padre, fondata sulla presenza di Cristo Risorto
e nutrita di lui, Parola e Pane,
è chiamata a servire il Signore con gioia, in un profondo spirito di famiglia,
e a lavorare con ottimismo e sollecitudine per il Regno di Dio,
sicura che lo Spirito opera già in questo mondo.
Cerca di formare « un cuor solo e un’anima sola »
adempiendo il comandamento nuovo che ci fa riconoscere discepoli di Gesù.
Questa comunione di vita, radicata nella fede, nella speranza e nella carità,
diventa anche risposta alle intime esigenze del cuore umano
e lo dispone alla donazione apostolica.
La vita consacrata avrà certamente un domani, ma sarà un domani molto più segnato dalla dimensione comunitaria; anzi, qualcuno si spinge a dire che noi religiosi avremo un futuro a condizione di essere in grado di manifestare e vivere la fraternità molto più efficacemente di quanto non facciamo oggi. La fraternità non è solo un bene da godere all’interno delle nostre comunità, ma un bene da «esportare» e condividere, per quanto possibile.
Una certa concezione della comunità in senso eccessivamente funzionale ai ruoli operativi dei suoi membri ha finito per oscurare la centralità dei rapporti interpersonali all’interno della fraternità, determinando forse anche uno scadimento di qualità degli stessi.
Naturalmente molti fattori hanno influito a costruire questa visione e prassi della comunità, uno di questi è certamente una polarità di elementi contrapposti tra loro e poi stranamente convergenti: da un lato, una sincera tensione apostolica, propria della più autentica tradizione religiosa, dall’altro un pericoloso spirito individualistico assorbito da una certa cultura circostante, sempre più preoccupato di assicurare al singolo una ambigua autorealizzazione. Il risultato è stato l’indebolimento dei rapporti interpersonali, con tutta una serie di conseguenze e componenti in tale direzione: una concezione e connotazione sempre più individualista, una mentalità sempre più invadente di autogestione, con conseguente insensibilità per l’altro e ricerca di rapporti significativi e compensativi al di fuori della comunità e ancora — come osserva il documento sulla Vita fraterna in comunità con estrema chiarezza — la «mancanza e povertà di comunicazione» e, più in particolare, la scarsa qualità della fondamentale comunicazione dei beni spirituali», per cui nelle nostre fraternità «sì comunica su temi e problemi marginali, ma raramente si condivide ciò che è vitale e centrale nel cammino di consacrazione. Inoltre è del tutto assente il senso dell’amicizia spirituale secondo un classico, quale Aelredo di Rielvaux: «…Io e tu, e Cristo, come spero, quale terzo in mezzo a noi». Lo stare fisicamente insieme, l’essere «riuniti nel suo nome», con la propria umanità e corporeità, è condizione per l’esperienza di questa presenza, in qualche modo predispone a essa. Così la spiritualità è la correlazione dinamica e vitale fra gli esseri, è la loro apertura dialogica e amorevole, apertura che il credente vede generata e continuamente alimentata da Dio.
La concezione prevalentemente funzionale della comunità finisce per considerare i rapporti interpersonali funzionali all’attività senza accorgersi della sottile, e involontaria, finzione in tutto ciò: il fratello, infatti, in tal modo non è amato, stimato, apprezzato per se stesso, per quello che è, per quello che lui e solo lui può dare, né la relazione con lui è cercata come cosa importante e significativa nella vita di chi gli vive accanto: potrebbe anche esserci un altro al posto di quel fratello, e non cambierebbe nulla nella vita di molti altri fratelli che vivono con lui senza realmente entrare in comunione con la sua persona.
La visione evangelica delle nostre relazioni è invece fondata sulla logica del dono. Ogni autentico dono non è semplicemente una cosa regalata, ma è un messaggio, un atto di riconoscimento, una promessa di futuro comune, una dinamica che libera l’altro ponendolo nella luce dell’amore. Se, come nel caso del credente, il donatore è Dio, l’altro assume una valenza simbolica straordinaria: diventa il dono che Dio mi fa. Misterioso, ma pur sempre dono. Con tutti i limiti e le debolezze che si porta dietro, resta comunque il segno per me della provvidenza del Padre e colui che il Padre ora mette non solo sulla mia strada, ma nelle mie mani e nel mio cuore, perché io me ne prenda cura. E allora, se vi sono i limiti, normalmente subito percepiti, c’è anche nell’altro un valore irriducibile e irrevocabile, di cui sono personalmente responsabile, perché la sua vita è affidata anche a me. Così come io sono affidato a lui, e ho bisogno di lui, della sua presenza e della sua parola per discernere la volontà di Dio, ma anche per lasciarmi benvolere e liberarmi delle mie paure; e se imparo a essergli grato, in ogni caso, per la sua presenza, è probabile che cominci ad apprendere anche la gratitudine nella relazione con lui e in tutto quel che faccio. Ecco perché il dono esprime in maniera molto reale quanto io valga per Dio, o quanto Dio si fidi di me, o quanto Dio stesso mi provochi a dare il meglio di me nel prendermi cura del fratello.
Come ogni autentica spiritualità, anche la reciprocità ha il suo metodo, s’esprime in una prassi corrispondente, che è la prassi della condivisione. Una fraternità che vive come comunione di santi e di peccatori impara lentamente a condividere, a scambiarsi i doni, a mettere in comune il cammino, l’ideale di santità come la realtà della debolezza, il bene che c’è in ognuno, ma anche il male che abita in noi; e constata con sorpresa che si può costruire comunione e comunità non solo in forza del bene, ma anche a partire dall’esperienza del male personale e comunitario.
Condivisione significa integrare il bene e il male che c’è in noi e attorno a noi; vuol dire trovare un punto centrale, che è la croce di Cristo, per far ruotare attorno a esso la vita intera nei suoi versanti positivo e negativo, perché «nulla si sottragga ai suo calore» (Sal 18,7) e tutto ritrovi vita. In concreto forme e strumenti d’integrazione-condivisione del bene potrebbero essere, ad esempio, la condivisione della Parola, il discernimento comunitario, il progetto comunitario.
In un mondo lacerato dall’individualismo è testimonianza che solo assieme la vita è vivibile; a una Chiesa ancora attratta dal modello della santità individuale annuncia che solo vissuta assieme la santità diviene visibile, dono e modello per tutti. La centralità della relazione non deve ingenerare l’idea d’una certa conflittualità competitiva tra vita comunitaria e vita apostolica e che, nel caso di reale conflitto tra le esigenze della fraternità e quelle dei proprio servizio apostolico, debbano prevalere le prime.
Anzi, è proprio partendo dall’idea di reciprocità che servizio apostolico e fraternità possono fondersi armoniosamente insieme. Reciprocità significa condivisione per mettere in comune la vita e i doni, ma reciprocità vuol dire soprattutto la libertà d’interpretare un ruolo attivo e passivo con l’altro; vuol dire saper parlare e saper ascoltare e l’intelligenza d’indovinare quando è il tempo della parola e quando dell’ascolto; vuol dire la libertà interiore di insegnare e di lasciarsi istruire senza sentirsi umiliati, di lavare i piedi agli altri ma pure di lasciarseli lavare dagli altri; significa l’umiltà di obbedire e, all’occorrenza, di saper assumere ruoli direttivi. Tutto questo non s’impara in un attimo, nè alcuno può pensare che, una volta nell’apostolato, tutto ciò gli verrà stupendamente facile e spontaneo. No, nessuno può improvvisare «fuori» quel che non ha imparato a fare «dentro», ovvero: la vita comune è il lento apprendistato della spiritualità e della prassi della reciprocità e del vivere la missione.
È l’idea della comunità come scuola di fraternità reale, ove ognuno impara a dare e a ricevere, ad aiutare e ad essere aiutato, a sostituire e a essere sostituito. Ma è anche scuola di libertà interiore, ove s’apprende a rapportarsi non in base ai ruoli e ad apprezzarsi non in forza delle competenze; ove ognuno sta ben attento a non identificarsi con la propria funzione e a non dare troppa importanza a quello che fa, ma accetta di fare, anche di collaborare, senza essere in prima linea, perché nella casa di Dio ogni ministero e ogni impiego è sempre grande.
Ma allora anche l’apostolato diventa luogo dove fare insieme, luogo ove s’apprende a curare con attenzione meticolosa ogni rapporto, con ogni persona, specie con chi sembra più lontano o meno dotato sul piano relazionale o più bisognoso d’attenzione e ascolto. La nuova evangelizzazione non è fatta di nuove strategie d’intervento, quanto di rinnovata capacità di penetrazione nel tessuto delle relazioni umane, in particolare di umiltà, da parte dell’evangelizzatore, nel saper porgere una buona notizia senza manipolarla, senza presumere di possederla interamente, ma con la consapevolezza di aver ancora bisogno di lasciarsene evangelizzare. Nuova evangelizzazione vuol dire incarnarsi così profondamente nella realtà dell’altro, da parlare la sua stessa lingua, il suo stesso «dialetto», perché possa capire e gustare l’evangelo della salvezza, e divenirne egli stesso annunciatore. Si evangelizza solo nella misura in cui si cammina insieme verso la redenzione, nella misura in cui la coscienza e il bisogno di salvezza consentono lo scambio dei doni e dei ruoli, perché uno solo è il Padre e il Maestro, e noi siamo tutti discepoli.
Forse qui ritrova le sue radici la possibilità di unire la contemplazione all’azione, che consente di vivere il massimo dell’intimità con Dio nel massimo della dedizione apostolica, o di celebrare l’esperienza mistica nel vivo dell’azione e del servizio caritativo.
Anche la preghiera diviene luogo dove nascono e rinascono i nostri mille rapporti; e dunque è doveroso che la preghiera non divenga monologo o segreto e privatissimo a tu per tu con l’Eterno, ma sia sempre più espressione della fraternità, ove pulsa la vita d’ogni giorno, ove ritroviamo i volti e le parole, le gioie e le sofferenze di coloro che il Padre ci ha affidati, nostri fratelli e mediazione preziosa lungo la quale noi arriviamo a Dio e Dio giunge a noi.
Dal punto di vista del nostro vissuto, ci troviamo di fronte a molto disagio e inquietudine all’interno delle comunità religiose; al calo del senso di appartenenza, di entusiasmo e di motivazioni mistiche; non c’è più una convinzione sufficientemente forte per cui valga la pena di anteporre ad ogni cosa Gesù Cristo; e alla fine di tutto gli abbandoni, non solo di chi se ne va, ma anche di tanti che lasciano pur rimanendo.
Il primo problema che si pone oggi alla vita consacrata è quello di una vera a propria riqualificazione spirituale . La vita di consacrazione non può sussistere senza vigore spirituale, il combattimento spirituale, la santità. La vita religiosa d’oggi ha bisogno di maestri spirituali, di «mistagoghi» che la sappiano condurre verso la perfezione evangelica. Gli stessi cristiani sentono sempre più il bisogno di guide spirituali e le cercano tra i religiosi. Uno dei più gravi rischi che sta correndo la vita religiosa oggi è quello di vivere il declino numerico come decadimento spirituale. È su questo punto della sua rinascita spirituale che si gioca il futuro della vita religiosa. La sua forza è il radicalismo evangelico; la sua debolezza è la mancanza di profezia, di religiosi/e di profonda esperienza spirituale, che hanno l’istinto del vangelo in qualsiasi situazione si trovino, con l’apertura di cuore e la libertà di Cristo e di don Bosco e Madre Mazzarello.
Occorrono santi che siano anche profeti, cioè uomini e donne «del nostro tempo», di questo mondo e di questa storia, di questa cultura; uomini e donne vicini alla gente, che ne sentono i problemi e le attese, i valori e i vuoti; uomini e donne capaci di «incarnazione» e quindi capaci di un rinnovamento spirituale che si sposi con la inculturazione della vita religiosa, perché questo è il punto di arrivo, se vogliamo imbroccare la strada del futuro.
Preghiera
Non Lasciarci Signore, intristire nell’egoismo
in pareti strette senza cielo aperto.
Tu hai bisogno di uomini credibili;
molti ti annunciano, pochi ti testimoniano.
Padre, saremo credibili non annunciando il Cristo,
ma vivendolo, non predicando il suo Vangelo,
ma praticandolo
non presentando l’amore di Cristo, ma realizzandolo.
Noi deponiamo di fronte a te ogni nostra preoccupazione,
affinché tu te ne prenda cura;
la nostra inquietudine, affinché tu la plachi
le nostre speranze e i nostri desideri
affinché sia fatta la tua volontà e non la nostra;
i nostri peccati affinché tu li perdoni;
i nostri pensieri e i nostri affetti affinché tu li purifichi;
tutta la nostra esistenza affinché tu ora e sempre
la immerga nel tuo amore beatificante. Amen