Guariento Mario | BEATI I MITI
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BEATI I MITI

12 Giu BEATI I MITI

LA MITEZZA come libertà dell’amore ed emanazione della saggezza che lo abita.

Quando Gesù proclamava questa beatitudine, aveva davanti a sé la storia di Dio e la storia di Israele che si intrecciavano.
Dentro questa storia contemplava il volto del Padre come era per lui ma anche come si è rivelato nella sua relazione con Israele. Un Padre dolce, mite, misericordioso.
Il Signore passò davanti a lui proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato.”. Es. 34,6
Salmo 31 In te, Signore, mi sono rifugiato, Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
Esulterò di gioia per la tua grazia, perché hai guardato alla mia miseria, hai guidato al largo i miei passi.
Fa splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia.
Quanto è grande la tua bontà, Signore!
Tu ci nascondi al riparo del tuo volto, ci metti al sicuro nella tua tenda.

La mitezza evangelica è umiltà paziente, saper vivere la povertà di spirito, avere purificato gli istinti di aggressività e possedere una dolce e misericordiosa spogliazione di sé.
Meditando i testi del Nuovo Testamento, notiamo alcuni particolari molto interessanti per approfondire che cosa significhi essere miti.
Una realtà, che balza immediatamente all’occhio, è che la mitezza è sempre unita all’umiltà:
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Gal. 5,22
Rivestitevi come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi scambievolmente. Col. 3,12
Vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza. Ef. 4,2
Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, uniti, umili, non rendete male per male. 1Pt. 3,8

Il mite è abitato da una umiltà che non conosce fretta e si esprime nell’attendere i tempi di Dio. Egli ha coscienza, nella propria storia, delle azioni di Dio nei suoi confronti; si costruisce in una inesauribile pazienza, non tanto in relazione a Dio, quanto piuttosto al prossimo.
qualifica ogni rapporto interpersonale e fa crescere la comunione.
Non c’è comunione se non si instaurano tra noi dei veri rapporti improntati a mitezza.

La mitezza ha un volto: Gesù mite e umile di cuore. Mt 11,29; 21,5.

Essere miti vuol dire entrare nello stesso stile di vita di Gesù.
La mitezza è propria dell’uomo che entra nella storia per compatire le sofferenze dei fratelli; è la bontà incarnata davanti alle necessità e alle situazioni di disagio in cui i fratelli si trovano.
La mitezza di Gesù può essere paragonata all’atteggiamento del pastore.
Egli si accosta, ricco di misericordia, alle pecorelle e le conduce con pazienza verso il regno del Padre. È la guida misericordiosa del popolo in cammino: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò». Mt 11, 28
Un autore, per tentare di spiegare la mitezza di Gesù, sottolinea che il testo in cui Matteo riporta le parole: «Io sono mite e umile di cuore», viene dopo la narrazione dei miracoli compiuti nei confronti degli uomini.
Gesù ha potuto definire se stesso mite e umile di cuore, ma dopo aver espresso nei gesti questo suo stile di vita.
Alla luce di Gesù, essere miti è andare incontro alle persone, farle sentire a proprio agio, circondarle di una bontà inesauribile.
Con la sua mitezza Gesù infonde fiducia nelle persone angustiate a cui si rivolge.
La sua bontà misericordiosa fa presa nel cuore di tutti: dei poveri, dei malati, dei peccatori e infonde fiducia, ricreando le persone: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi ristorerò».
La mitezza di Cristo è la conseguenza dell’amore del Padre, è la coerenza verso questo amore e il servizio di questo amore.
Le ragioni più profonde della mitezza di Cristo sono la forza indomita della sua missione e il vigore invincibile del suo impegno.

Possedersi per donarsi

Essere miti è possedersi. Si avvera così la promessa legata alla beatitudine: ‘possederanno la terra’. Questa ‘terra’ è anzitutto il nostro essere, la nostra persona.
E possedersi è saper controllare le proprie reazioni, mantenere l’equilibrio dei giudizi e degli atti; saper pazientare, saper ascoltare, saper sopportare, lasciarsi plasmare dalla forza della carità.
La terra, promessa ai miti sarà data a chi pazientemente semina fraternità e non a chi vuole emergere o dominare, o far valere le proprie idee, con aggressività, dentro e fuori la propria comunità, dentro e fuori la propria famiglia religiosa.
Il discepolo ha solo la potenza disarmata dell’amore, nel quale crede e confida. Egli sa che la violenza può conquistare terre, ma non i cuori.
Le difficoltà del momento presente possono diventare un’occasione per guardare assai più dentro noi stessi, per dare più importanza alla costruzione dell’uomo interiore modellato sulla dolcezza di Cristo.
E se l’attuale debolezza esterna della Vita Consacrata fosse una provocazione per una crescita dell’uomo interiore in quella forza tranquilla che è la mansuetudine, forza a cui il Signore ha garantito la conquista della terra o dei cuori?

La mitezza è anche l’atteggiamento più costruttivo di una fraternità. La mitezza è fortezza nei confronti delle proprie aggressività, è rispetto delle particolari condizioni dell’altro, è permettere che l’altro sia quello che è e non quello che vorremmo che fosse.
Onorare la mitezza significa avere fiducia nella forza dell’amore.
Significa credere che la pazienza costruisce più che la violenza. Significa credere che i cuori si conquistano più con l’attenzione e il servizio che con lo sfoggio di sapere o di potere.
Le grandi parole dell’amore hanno valore quando si traducono nei piccoli gesti quotidiani ispirati alla bontà umile, paziente, servizievole, dolce, comprensiva.
Una comunità irraggiante la mitezza diventa una comunità missionaria, perché rende tangibile la forza umanizzante del vangelo. Aiutiamoci a non deturpare il volto del Signore Gesù, mite e umile di cuore.
Una fresca indicazione, che viene da uno dei più dolci padri cistercensi: «Per trovare riposo nelle delizie della carità fraterna, il discepolo deve fissare lo sguardo sulla serena pazienza del suo diletto Signore e Salvatore». Elerdo

La mitezza ricolma il cuore di dolce tranquillità.

Chi ha raggiunto questa perfetta mitezza è soave nei suoi rapporti con Dio, nel quale vede un Padre; è dolce nelle sue relazioni con le persone, nelle quali scopre lo splendore del volto di Dio; e, nella piena padronanza di sé, riflette l’ineffabile pace di un’anima colma di Dio.
La mitezza sembra debolezza e invece è forza: non si agita per nulla; contraddetta, non si abbatte; vince senza violenza; trova le vie per conquistare anche le persone più scontrose e resistenti; respinta, ricomincia ogni giorno come il primo. Le sue radici sono nel Dio della pace, in cui non vi sono turbamenti.
Alla mitezza è pure legata quella docilità totale alla Parola di Dio
«Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi». Giacomo 1,21
Tale docilità esige infatti, la pace, la tranquillità di spirito, l’apertura che sono frutto della mitezza.
La Parola di Dio trova così la via per compenetrarci di sé, per lavorarci interiormente, per colmarci di luce e di grazia.
La mitezza è anche la condizione essenziale al dono di sé.
Un cuore mite non è ripiegato su di sé, ma è in uno stato di dolce e costante apertura agli altri per intuirne le pene e le difficoltà e penetrarne i problemi. Sa così essere comprensivo, amorevole, affabile; sa dimenticare se stesso per donarsi totalmente agli altri, confortarli, sostenerli, guidarli, aiutarli. Possiede la sapienza di prendere le persone come sono, non come dovrebbero essere.
La mitezza, facendo tacere ogni inconsulto moto di risentimento e di ira, tacitando le facili impazienze e irritazioni, crea in noi, a somiglianza di Gesù, maestro di mansuetudine, quel cuore «mite e umile» (Mt 11,29) che conosce solo la bontà ed è tutto un dono.
Resta vero che ci si dona nella misura in cui ci si possiede e questo possesso di noi è il segreto della mitezza.

Un testo molto bello di Cantalamessa:

Stare al passo di Cristo, accogliere la sua voce, ascoltare le mozioni dello Spirito esige una calma interiore, una padronanza di sé, una signoria su noi stessi che è proprio l’espressione della mitezza cristiana.
Non siamo coinvolti nelle passioni, travolti dagli impulsi. Il nostro operare è calmo, è sereno, è pacificatore sempre, anche quando costa e diventa passione.
Quanti rapporti sono aspri, tesi, diffidenti, sospettosi! Ma con il cuore mite, ricco della mitezza di Gesù, queste situazioni a poco a poco si decantano, queste asprezze si attenuano e subentra nel nostro cuore una soavità di spirito che non ferisce, non abbatte.
E la mitezza diventa la grande alleata della pazienza.
Il saper aspettare, l’apparente perdere tempo, il fastidioso ritardare delle cose diventano esperienza.
Non è costruttivo di comunione se ci lasciamo innervosire, irritare, diventando inquiete, con il rischio che dall’inquietudine si passi al turbamento e da questo allo sconforto, al disgusto che fa rifiutare l’impegno.

Vorrei concludere queste riflessioni con un invito.

Cominciamo con l’essere miti con noi stessi.
Accordiamoci qualche benevolenza per amarci come Dio ci ama, come Dio vuole che ci amiamo. Ciò allo scopo di saper amare pacificamente quelle persone che ci sono accanto e che forse non aspettano che un sorriso, una parola dolce, capaci di attenuare le «ammaccature» dell’anima.
Vivere la gioia dell’ascolto: è la pedagogia di Gesù, che ascoltando chi è nel bisogno, genera fiducia e speranza.
Rispettare il cammino della persona con i suoi ritmi e con tutte le sue caratteristiche: qui la mitezza si accompagna alla pazienza.

Fare appello al cuore e all’intelligenza della persona: è un modo di entrare nell’intimo della persona, suscitando in lei un processo di conversione.
I miti creano comunione ma, soprattutto, con la loro bontà aprono il cuore delle persone sul mistero dell’infinito, sulla realtà eterna.
Gesù prega: «Ti ringrazio, Padre…, perché non hai rivelato queste cose ai sapienti e agli intelligenti, ma le hai rivelate ai piccoli». Gesù è entrato in rapporto con noi attraverso il suo stile di vita mite, perché noi conoscessimo il Padre.
Anche noi, attraverso l’esercizio della mitezza, non solo entriamo personalmente in rapporto con Dio, nel suo riposo, ma aiutiamo anche le persone a creare un vero dialogo con Lui e, quindi, formiamo una vera comunità aperta al suo mistero.
San Francesco così esprimeva la mitezza evangelica:
“ritrovare la gioia di essere sempre dei «fratelli minori», che rinnegano se stessi per attendere, ogni giorno, al servizio del prossimo, a lode di Dio Padre.”
Concludendo, si può affermare che la mitezza è un modo di vivere l’amore e la pazienza di Dio, per creare comunione, in grande docilità allo Spirito Santo.
Per essere miti, superiamo la nostra eccessiva suscettibilità, che qualche volta ci rinchiude in noi stessi; non lasciamoci troppo amareggiare o esasperare dagli avvenimenti.
Entriamo nel dinamismo di questa beatitudine, che è strettamente legata alla realtà dell’essere poveri, e cerchiamo nei nostri comportamenti, di avere come riflesso e come meta Gesù mite ed umile di cuore, in modo da favorire la crescita di ogni persona e la costruzione di una vera comunità che è lode di Dio.