14 Nov INVIATI AD EVANGELIZZARE NELLA GRATUITÀ
Invocazione
Vieni, Spirito Santo, spezza la mia rigidità interiore,
l’inquietudine e il turbamento che mi impediscono di riposare in te.
O Spirito di santità, donami una franca adesione alla tua volontà
e concedimi di essere nelle tue mani come molle cera,
pronta a lasciarsi plasmare da te.
O Spirito dell’amore, sole dell’anima mia,
fa’ che con fede viva mi lasci penetrare dai raggi della tua luce.
Brucia con il tuo fuoco ogni fibra del mio cuore che non palpita per te
e infiammalo, perché in Gesù, arda d’ amore per il Padre e i fratelli
che tu ogni giorno mi doni. Amen.
Costituzioni SDB art.10.
Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano. Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio.
Costituzioni FMA art. 50.
Lo spirito di famiglia, forza creativa del cuore di don Bosco, deve caratterizzare ogni nostra comunità e richiede l’ impegno di tutte. Ognuna di noi perciò cerchi di accogliere sempre le sorelle con rispetto, stima e comprensione, in atteggiamento di dialogo aperto e familiare, di benevolenza, di vera e fraterna amicizia. Valorizzi quanto esse apportano alla comunità e dia il meglio di se stessa. Sia disposta a preferire il loro bene al proprio, a scegliere per sé la parte più faticosa e a compierla con umile e gioiosa semplicità vivendo l’amore fraterno non solo nelle grandi occasioni, ma anche e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita. Si formerà così nella comunità un clima di fiducia e di gioia, tale da coinvolgere le giovani e i collaboratori e da favorire il nascere di vocazioni salesiane. Dio chiama sempre per inviare e una vita religiosa che non avesse significato per gli altri non l’avrebbe neanche in se stessa. Ma la missione non si può identificare con le opere, che sono piuttosto un mezzo per la realizzazione della medesima. La missione, vista nel suo vero significato, è la stessa vita consacrata in quanto donata, vissuta per la Chiesa e per il mondo. Vi è incluso certamente anche il servizio e l’«opera», ma solo come una componente e un mezzo della missione, che è in se stessa qualcosa di più profondo, di più globale. La missione è la vita stessa in quanto messa a disposizione; una vita bruciata nel più profondo dalla passione per la causa di Gesù e del vangelo nella gratuità.
Lo stesso p. Tillard fa notare:
«Non ci si fa religiosi per seguire una regola, o per dedicarsi a determinate attività e opere, ma si segue una regola perché offre la possibilità di soddisfare un’esigenza molto più profonda che ha preso tutto l’essere e che si chiama Cristo Gesù».
È ciò che emerge nel vangelo da tutti i racconti di vocazione. È sempre Gesù che chiama, che prende l’iniziativa, ed è a causa di lui che si risponde (Mt 4,20.22; Lc 5,28…). I discepoli lo seguono lasciando tutto non perché volevano realizzare qualcosa di particolare, di interesse ma perché, nell’incontro con lui, «si sono sentiti raggiunti alle radici stesse del loro desiderio» perché trovano in lui la risposta a tutto ciò che da sempre avevano cercato. E tanto forte questo Cristo e il Regno presente in lui, che tutto il resto cade nell’ombra e non ha più rilievo: «con gioia» lasciano tutto per seguirlo (Mt 13,44-46), dove il «seguirlo lasciando tutto» è semplicemente una conseguenza.
Anche per san Paolo è così (Fil 3): egli è stato «conquistato da Cristo Gesù» (3,12), si sente «trascinato da Cristo Gesù». All’improvviso, a causa di Cristo, ciò che aveva e ciò che era, i privilegi della sua nascita e della sua educazione, le sue qualità religiose e morali, insomma tutto quanto aveva fino a quel momento reputato una ricchezza gli appare come una perdita (3,7.8). Per questo ha lasciato tutto dietro di sé, e ormai ha solo un desiderio: accompagnare Cristo sulla via delle sue sofferenze, per condividerne anche la gloria.
La conclusione allora è una sola ed è fondamentale: alla radice di ogni vita religiosa autentica troviamo come motivazione prima e onnicomprensiva, non un “per” ma un “a causa di”; l’oggetto di questo “a causa di” altro non è che Gesù Cristo. Non ci si fa religiosi “per” qualche cosa, ma “a causa di” qualcuno: di Gesù Cristo e del fascino che egli esercita, senza alcun altro interesse. Il religioso — è qui la grandezza, la povertà e il paradosso della sua vita — non ha altro che Cristo e il vangelo. La sua vita è nel modo più radicale una questione di fede e di rapporto con Cristo: tutto per lui dipende da questo. Egli è per definizione uomo di Dio e del vangelo, uno che ha messo nel vangelo e nella sequela l’unica ragione della propria vita, ed è nella Chiesa, per tutti, un richiamo al primato di Dio, un richiamo vissuto al radicalismo della fede.
È significativa su questo l’intuizione ancora una volta di sant’Ignazio. Egli, che è stato l’iniziatore dell’ordine apostolico più importante nella storia recente della Chiesa, non ha mai messo in primo piano le opere. Quello che si prefiggeva era piuttosto la formazione di uomini evangelici, divorati dallo zelo per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo. È questa la vera caratteristica della vita religiosa apostolica ed è a questo che bisogna ritornare se si vuole che riacquisti forza e incisività.
Nella misura in cui ci sapremo convertire all’essenziale troveremo anche luce e forza per l’individuazione di quel modo di vivere la missione che risponde alle esigenze di oggi. Il futuro è di coloro che avranno la forza di fare questo esodo «verso fuori»: verso una concezione, e strutturazione, molto più evangelica, e più semplice, della vita di consacrazione.
È evidente l’ambiguità radicale del termine “servire”, che può significare servizio libero, ma anche servilismo; può dire dono per amore, oppure sottomissione indegna. Nella comunità il banco di prova della fede è l’amore servizievole, specialmente verso chi è più bisognoso. La realtà comunitaria corrisponde ora poco, ora meglio, a questo spirito evangelico, per questo ogni comunità deve continuamente esaminarsi sulla testimonianza che dà o non dà di fraternità generosa, di comunione, di partecipazione, di servizio. Vivendo insieme non possiamo rivendicare diritti per quello che facciamo: per il bene che si realizza attraverso di noi, per la verità che si traduce nelle nostre parole, per i risultati che otteniamo nell’opera educativa. Non possiamo rivendicare diritti, perché non abbiamo meriti per quello che siamo. Tutto è dono e tutto gratuitamente doniamo.
Tutto ciò che costituisce la nostra vita ci è continuamente donato. Da questa consapevolezza della inutilità del nostro servizio nasce la libertà interiore, la capacità di amare gratuitamente e quell’ottimismo salesiano che non misura le cose dai risultati ma dalla contemplazione del bene che nasce per l’azione dello Spirito. Questa verità della inutilità del nostro servizio raramente la viviamo in modo consapevole. Ci sono momenti in cui abbiamo un’intuizione chiara di questa nostra condizione, ma poi torniamo a sentirci noi il centro di tutto. Pensiamo che i beni realizzati siano nostri, che le idee formulate siano nostre, che i risultati educativi e apostolici siano frutto del nostro impegno e delle nostre capacità. Siamo semplicemente servi, servi della vita, siamo a servizio della verità, della giustizia tra gli uomini. Possiamo dire, con una parola del Vangelo: siamo a servizio del Regno perché il progetto di Dio possa trovare posto fra gli uomini e realizzare la pienezza della loro vita. Per condurre a compimento la storia Dio si serve della nostra azione, della nostra presenza, dei nostri pensieri, della nostra esistenza. Noi quindi siamo perché Dio si esprima, perché la vita si diffonda, perché il bene si traduca in gesti d’amore, perché la giustizia diventi struttura della società. Perché la vita arrivi a quella meta per la quale Dio l’ha creata, cioè alla piena comunione con Lui. È questo sentirsi a servizio che rende significativa la nostra esistenza, ci introduce nella libertà interiore e nella contemplazione. Ma come servi, non come signori o come padroni.
Se ci rendiamo conto che siamo semplicemente servi il criterio non è il nostro pensiero, il nostro desiderio, la nostra volontà, ma il bene che deve diffondersi, la verità che deve comunicarsi, il sogno di Dio che deve realizzarsi. Arriva il momento in cui il nostro servizio finisce, non possiamo andare oltre. Se fossimo noi i padroni, potremmo gestire la vita come vogliamo; invece ad un certo momento non possiamo fare più nulla, cioè diventiamo realmente inutili. Per cui anche l’idea di inutilità contenuta in quell’aggettivo è fondamentale, non è negativa, anzi apre il cuore alla pace e all’essenziale. Allora finalmente Dio solo basta.
Il nostro servizio finisce perché arriva il momento in cui i nostri pensieri non sono più significativi come potevano esserlo prima, in cui le nostre azioni non hanno più valore in ordine alla diffusione della vita. Abbiamo esaurito la nostra capacità di diffondere la vita. Quando abbiamo consapevolezza di questo fatto, che il traguardo è diventare inutili, allora coglieremo anche l’inadeguatezza delle singole situazioni, l’insufficienza di tutte le nostre azioni. Ma questa caratteristica è già presente, fin dai primi atti della nostra esistenza, perché questo è il nostro traguardo; esso fa parte della nostra condizione di vita.
Quando non sappiamo accettare questa nostra condizione, non riusciamo a vivere bene non solo la sofferenza, il limite, la vecchiaia, ma neppure i momenti di pienezza e di efficacia della nostra esistenza. Non li viviamo bene perché ci illudiamo di essere noi i signori e di poter disporre delle cose e non assumiamo invece quell’atteggiamento di trasparenza, di umiltà, di abbandono fiducioso, di servizio alla vita, che corrisponde alla nostra realtà. Cioè non viviamo conforme alla nostra condizione, non viviamo armoniosamente.
Ma allora tutto finisce nell’inutilità e quindi nell’insensatezza? No, perché in tutto ci è dato di crescere come figli di Dio e di raggiungere la nostra identità di figli. Il passaggio da servi a figli è proprio il processo che noi stiamo vivendo in questa terra. Solo che l’identità di figli non si raggiunge nella stessa direzione dello sviluppo del servizio. Cioè: noi esercitiamo il servizio facendo le cose, realizzando dei progetti, aiutando gli altri. Ma la direzione in cui si sviluppa il servizio va verso l’inutilità e l’insensatezza e finisce nella morte, mentre la dimensione per cui noi cresciamo come figli si sviluppa in verticale e acquista senso man mano che procediamo. Mentre la vita nella direzione del tempo perde senso, perché non siamo più capaci di fare quello che facevamo prima, lo acquista nella direzione verticale, o trascendente, quella in cui cresciamo come figli. Per cui alla fine non possiamo far nulla, ma siamo tutto quello che dovevamo essere, abbiamo raggiunto la nostra identità di figli di Dio.
Questa è la ragione finale del tutto. Se invece noi mettiamo la ragione nell’altra dimensione, quella in cui realizziamo delle cose, attuiamo dei progetti, alla fine scopriremo l’inutilità e l’insensatezza.
Oggi possiamo giungere all’esperienza dell’insensatezza in tempi brevi, perché abbiamo una quantità di beni a nostra disposizione, perché l’esperienza del piacere è facilissima, perché la ricerca del benessere ha risposte continue. Per questo oggi molti giovani sono già stanchi di vivere e scoprono l’insensatezza delle scelte che pure sono chiamati a compiere. Se la dimensione spirituale non si sviluppa, l’esperienza dell’insensatezza diventa drammatica e fatale. Per questo Gesù concludeva: «Se aveste un briciolo di fede!». Ogni giorno siamo invitati dalla Parola a chiedere al Signore questo briciolo di fede, per cogliere il senso profondo di tutto ciò che viviamo, la gioia nascosta che emerge solo quando giungiamo a sviluppare la dimensione spirituale che è l’unica consistente nella nostra esistenza: il diventare figli, figli di Dio.
Servire è mettere l’altro prima di me, essere a disposizione del suo progetto senza calcoli ed interessi; è offrire il proprio essere e carismi, impegnare le fatiche ed energie per costruire la realizzazione e la felicità dell’altro.
Esiste una gerarchia di valori anche nel Regno, che è il rovescio di quella dominante nella società mondana. La sapienza del Regno conferisce il primato al servizio come dono di sé agli altri, alla libertà senza padroni, all’amore gratuito.
Gesù ne dà l’esempio e contesta con la vita la logica del mondo.
Così parlava Papa Giovanni XXIII:
“… alla mia povera fontana si accostano uomini di ogni specie. La mia funzione è di dare acqua a tutti; l’umile Papa che vi parla è pienamente consapevole di essere personalmente ben poca cosa davanti a Dio, non può che umiliarsi. Ve lo diciamo con tutta la semplicità come lo pensiamo; nessuna circostanza, nessun avvenimento, per quanto possa essere onorevole per la nostra umile persona, ci può esaltare o attentare alla tranquillità dell’anima nostra; amiamo ripetere con il Patriarca di Costantinopoli: “io sono il servo della vostra carità.
E ci conviene sempre più che nulla è più nobile e onorevole nel mondo che lo spendersi a servizio dei fratelli, e ci fa parere leggero ogni sacrificio del freddo o del caldo, visto che sicuramente di qua, per questa via della carità, e non per altra, che potrà passare quel trionfo della verità che alfine salverà il mondo dalle divisioni e dalle lotte, e darà la pace.”
Lo stile del pastore è contare le pecore ad una ad una.”
L. Santucci – Cantico delle cose di Papa Giovanni.
“Colui che ardentemente desidera sapere se Dio abita in lui, scruti l’intimo santuario del cuore con un sincero esame, e acutamente si chieda con quale umiltà resiste alla superbia, con quale benevolenza lotta contro l’invidia, se è indifferente alle lusinghe dell’orgoglio e degli adulatori, se si rallegra del bene altrui.
Questo, diletti figli, questo lo spirito con il quale si deve andare verso i fratelli, anche i più lontani e meno disposti a comprendere. Non si può far risuonare la parola con verità e convinzione se nel cuore c’è invidia o superbia, se c’è vacuo compiacimento di sé, egoismo, zelo interessato e smodato.
La testimonianza che si richiede ai discepoli del Signore, è prima di tutto disinteresse, rettitudine e sincerità”. Dal Breviario di Papa Giovanni pag. 286
Allora rischiamo con amore! Serviamo contemplando il volto di Dio. Serviamo alla dolcezza, con dignità e con umiltà. La carità ci spinge a farci compagni di viaggio dell’uomo e della donna contemporanei, perciò vediamoli accanto a noi con gli occhi di Dio.
Ma questa compagnia sarà autentica nella proporzione in cui saremo amici di Dio.
La nostra vita, lo constatiamo ogni giorno, è una grandezza aperta ad un futuro di fecondità e di pienezza.
Essa rimanda però a un qui ora da vivere come opportunità salvifica, nella prospettiva di un’esperienza spirituale che è percezione del mistero che ci trascende, a partire da una precisa collocazione nel quotidiano, ricca di impegno, di valori, nell’amore verso Dio e verso i fratelli, nel servizio umile e generoso. Con la sua azione di lavare i piedi Gesù ha dimostrato il suo amore, quello che non esclude nessuno. Quello che egli ha fatto non è una buona azione ma un testamento valido per sempre.
È un servizio che nessuno impone, non nasce dal senso del dovere ma dalla spontaneità dell’amore comunicato dallo Spirito.
Espone così la legge di fondazione della nuova comunità: coscienti di essere umili servi, in totale dipendenza da colui che ci manda, contenti di essere strumenti poveri nelle sue mani onnipotenti.
Rifuggiamo così da ogni autosufficienza e potere, riconosciamo noi stessi bisognosi di salvezza e dell’aiuto degli altri, e viviamo nello spirito delle beatitudini che crea attorno a noi un clima di fiducia e di speranza.
Siamo perciò sollecitati a riconoscere e superare i nostri pregiudizi, gli schemi mentali, l’istintivo atteggiamento di difesa di fronte al diverso; a vivere serenamente i limiti e gli inevitabili spazi di incomunicabilità e di incomprensione che la relazione comporta; ad accogliere e valorizzare le diversità che ci caratterizzano come grazia di reciproca evangelizzazione , spazio nel quale il Signore si fa più vicino a noi e ci interpella; a fare della fatica dell’accoglienza delle diversità personali tirocinio per imparare ad accogliere quelle culturali, sia all’interno della comunità sia all’esterno; a maturare la coscienza della sua unità così da mettere in atto una effettiva partecipazione e solidarietà .
Si intesse così quel dialogo della carità che è allo stesso tempo espressione e attualizzazione della comunione; è servizio paziente e rispettoso, capace di attendere i tempi, sempre sostenuto dalla speranza, proteso alla ricerca del bene di ogni persona.
Preghiamo
La nostra vita, Signore, a volte è povera e nuda, priva di calore. Desidera essere riscaldata dal calore del tuo amore. Mentre tendiamo il nostro essere verso di te, tu deponi il tuo Spirito sulla bocca del nostro cuore, e noi ne sentiamo il sapore.
Signore, mettici al sicuro nella tua tenda, lontano dalla paura e dall’insipienza quando le tensioni ci disorientano e le nostre forze interiori sono deboli. Rendici fedeli al pane quotidiano della tua Parole sufficiente per vivere. Rendici fedeli, Signore, a questo grido della fede sufficiente per pregare. Amen