15 Nov VIVERE UMANAMENTE È ANDARE NASCENDO
«Vivere umanamente è andare nascendo».
Per camminare insieme, nella speranza.
Vivere umanamente
«Il vostro ornamento non sia quello esteriore — capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti — ma piuttosto, l’umano nascosto nel cuore, un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio» (1Pt 3,3-4).
Così scriveva Pietro nella sua prima lettera, rivolgendosi alle donne. Ritengo che l’esortazione dell’apostolo sia invito a riflettere non solo alle donne ma a tutti, perché c’è un “umano”, cioè, un desiderio di accoglienza, di tenerezza, di mitezza e di pace, presente nell’intimo di ogni persona che spesso viene soffocato dalla corazza che ognuno si ritaglia. Consentire a questo “umano” di determinare le nostre scelte e di affiorare nei nostri volti e nei nostri gesti è urgente, anche oggi, se vogliamo che la nostra storia abbia una svolta, un futuro.
L’esperienza quotidiana, ci mette davanti il dramma dell’uomo che, nonostante le grandi conquiste, resta sull’orlo dell’abisso, della disperazione.
Questa situazione del mondo, ovviamente, non è dovuta al caso, ma è frutto di scelte ben precise, del passato e di oggi.
Di fronte a questo sgretolato l’umano, si sta determinando “un naufragio delle coscienze” e, condizionati dalla paura e dall’ignoranza, i verbi che spesso ritornano sulle labbra di molti sono: “distruggere”, “respingere”. E allora è urgente recuperare l’umano, lasciandosi interpellare dal volto di Gesù, che ha fatto suo il volto del forestiero dell’affamato, del nudo, e lasciarsi interpellare, modificare, arricchire, ridefinire dal volto dell’altro, un volto che non ha barriere.
Dall’esperienza umana di Gesù scaturisce un invito a saper guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio in cui crediamo, è un Dio che non si è rifiutato di attraversare anche le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita di ogni uomo e che, l’evento dell’incarnazione e della Croce, è in definitiva, lo spazio per il recupero della radicalità cristiana come annuncio di Una forma Storica di esistenza, caratterizzata dalla piena condivisione del destino Umano, per rendere trasparente l’amore gratuito e fedele di Dio che, in Gesù uomo ha dato totalmente se stesso per la vita degli Uomini.
Le motivazioni di tante prescrizioni presenti nella Bibbia puntano a plasmare l’umanità dell’uomo, di immettere umanità nelle relazioni tra gli uomini.
In Gesù l’umanità di Dio, questa passione di Dio per l’uomo si fa carne, è resa visibile, palpabile nella sua umanità, Egli nelle sue scelte e nei suoi gesti è profondamente umano.
Ebbene, Gesù, in quanto avvenimento ultimo, decisivo, di rivelazione e quindi avvenimento verità, è per il credente luogo imprescindibile di comunione con il Padre e normatività radicale per qualsiasi esperienza umana e spirituale.
E alla luce di Gesù, allora, che va ridisegnata una seria prospettiva di cammino di fede. Egli prendendo la nostra fragilità umana, con la sua presenza ci coinvolge nella tenerezza del Padre e nello stesso tempo ci educa a vivere da uomini veri.
I Padri della Chiesa hanno evidenziato, in vari modi, che «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio». Ma essi hanno anche sottolineato che più si partecipa della vita di Dio, contemplando il volto di Gesù, più si diventa umani.
Alla luce della Parola di Dio e della esperienza viva di uomini e donne di fede il Concilio Vaticano II ricorda a tutti i credenti: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (GS 41).
E, in effetti, maturità umana e maturità cristiana sono strettamente collegate. La maturità di fede suppone il raggiungimento di una piena maturità umana; ma quest’ultima, a sua volta, è anche la risultante dell’influsso esercitato dalla fede nell’acquisizione dell’identità personale. La fede svolge infatti una funzione essenziale in ordine alla ricerca del senso della vita.
Vorrei qui ricordare una figura oggi così familiare a moti giovani e persone il vescovo don Tonino Bello: Egl si è lasciato animare dal vangelo di Gesù e ha respirato l’aria conciliare. Con atteggiamento profondamente umano, ha lasciato emergere nella sua vita la tenerezza di Dio che nella sua carne si è fatta carezza per il fratello barbone, per il tossicodipendente, per il marocchino, per la prostituta, per gli immigrati, per gli sfrattati ai quali ha aperto la sua casa di vescovo, la sua vecchia “cinquecento”, ma soprattutto il suo volto sorridente, la sua vita. La tenerezza di Dio si è fatta in lui abbraccio a tutto il mondo: «Amiamo il mondo e la sua storia, esortava qualche giorno prima di morire. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia».
Nel suo testamento spirituale, poi, esortava tutti: «Siate soprattutto uomini. Fino in fondo, anzi, fino in cima. Perché essere uomini fino in cima significa essere santi».
La quotidianità è lo spazio che ci immerge nell’esperienza di Gesù. Ci ha ricordato che Dio si fa vicino, presente, incontrabile non quando gli uomini abbandonano la loro umanità, ma quando la vivono intensamente nella loro vita quotidiana. L’umanità, la vita quotidiana dell’uomo, è il grande sacramento di Dio nella nostra storia.
Gesù ce l’ha detto esplicitamente: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me». Mt 25.
Questa convergenza tra santità e umanità l’aveva intuita e vissuta, prima del Concilio vaticano Magdeleine di Gesù (1898-1989), fondatrice delle Piccole sorelle di Gesù. Lei con la sua testimonianza evangelica apriva profeticamente piste nuove nel ‘900. Lei, sulla scia di Charles de Foucauld, contemplando il volto umano di Gesù, “Modello Unico”, ha percepito che la sua presenza rendeva lei più umana, e in una lettera alle Piccole Sorelle confidava:
«Essere uomini fino in cima significa essere santi».
Vivere nel tempo
La società contemporanea post moderna ha identificato l’efficienza con la velocità. Tutto quello che accade rapidamente è ottimo, mentre la lentezza è indice di scarso funzionamento o di poca organizzazione. Spesso però la rapidità non permette di godere pienamente della bellezza delle esperienze, di assaporare i dettagli, i particolari. E quando poi si tratta di relazione tra le persone, il rischio è di perdere la percezione profonda dell’altro e della ricchezza che custodisce.
In questo modo l’uomo comprende che la sua giornata non è scandita da tanti impegni, relazioni, fatiche e problemi, ma è spinto a considerare che la sua esistenza acquista significato nella misura in cui egli è capace di fermarsi per riprendere consapevolezza di chi è e di quali sono le priorità della sua vita. La preghiera, scelta come tempo dedicato a se stessi e alla propria consapevolezza della vita, è l’aspetto caratterizzante del riposo: sostare per riscoprire il senso dell’esistenza. Dialogare con il Padre nel segreto, per aprirgli il cuore. In questo modo, nel silenzio, ciascuno recupera il senso della fatica e comprende che attraverso il lavoro quotidiano sta cooperando al disegno della creazione.
Il silenzio ci permette la percezione del mondo.
Scriveva R. Guardini che la vita inizia con il silenzio, cioè con l’atteggiamento di chi si ferma e smette di produrre parole o azioni.
Un varco di luce in mille piccole scintille.
Se è impresa ardua trovare progetti di inversione di tendenza nelle mire di questo mondo per una ri-umanizzazione del Pianeta, non mancano scintille che ci fanno pregustare un “dopo”.
Scintilla luminosa sono: Medici senza Frontiere, i missionari, i volontari di ogni credo… per testimoniare che si è uomini in un mondo disumano.
Non possiamo farci divorare dalla disumanità, si può e bisogna creare il futuro. Creare è resistere. Resistere è creare. Non solo arrabbiarsi.
Si pensi alle benemerenze di Libera, delle Fondazioni Antiusura, della Caritas, della Fondazione Migrantes. Riscalda il cuore di speranza la beatificazione del vescovo salvadoregno. Romero Battezzati “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, siamo immersi nel cuore di Dio comunione, coinvolti nel dinamismo trinitario e chiamati a “narrare” nel tempo la storia eterna dell ‘amore trinitario. Questa è la vocazione del cristiano.
La narrazione biblica ci ricorda, ancora, che nell’amore trinitario c’è un’esigenza d’incarnazione, ed evidenzia che il dinamismo trinitario ha preso concretezza, e volto umano in Gesù di Nazareth.
Il credente, allora, necessariamente deve fare riferimento alla figura di Gesù di Nazareth per assumerla come paradigma su cui declinare, sotto l’azione dello Spirito, la propria esistenza storica.
Va tenuta presente tutta la vita di Gesù, E alla luce del suo vissuto, dalla nascita alla resurrezione, che va ridisegnata una seria prospettiva di cammino di fede.
L’ incarnazione di Gesù, ci dice che Dio per salvare l’uomo ha deciso di farsi uno di noi nel Figlio, ha lasciato la sua inaccessibilità, e si è posto in compagnia con ogni uomo e nella solidarietà più intima apre strada a ogni uomo.
Con l’incarnazione, Gesù manifesta nella sua umanità gli aspetti invisibili del Dio vivente e, come ci ricorda Paolo, «ci insegna … a vivere in questo mondo» (Tt 2,12).
La mediazione umana di Gesù di Nazareth è determinante per conoscere ed esperimentare chi è Dio per noi e come nel Figlio ci coinvolge a vivere in questo mondo.
In questo senso, l’incarnazione diventa la categoria interpretativa per dire la fede secondo il progetto di Dio che nel Figlio si rivela e ci salva.
Dalla logica dell’incarnazione scaturisce, per ogni uomo, l’impegno a saper guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio in cui crediamo, è un Dio che non si è rifiutato di attraversare anche le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita di ogni uomo.
L’evento dell’incarnazione e della Croce è, in definitiva, lo spazio per il recupero dell’ annuncio cristiano come annuncio di una forma storica di esistenza, caratterizzata dalla piena condivisione del destino umano per rendere trasparente l’amore gratuito e fedele di un Dio che ha dato totalmente se stesso per la vita degli uomini.
Vivere la nostra vita in modo umano mettere i nostri passi su quelli di Gesù, ma senza che la nostra vita perda la connotazione fortissimamente relazionale.
Ciò che è umano implica sempre un orizzonte relazionale, un legame fondamentale. La donna, l’uomo, sono all’altezza della loro dignità umana quando sanno trovare il senso della vita non nelle cose che fanno, ma nella persona.
La nostra vita non è più all’altezza della qualità umana quando si identifica con le cose fatte. Quando ci appiattiamo sui ruoli che svolgiamo. Quando perdiamo di vista la perla evangelica che è il nostro appartenere a Cristo.
Evidentemente occorre che sappiamo recuperare spazi antifunzionali, a-produttivi, gratuiti. Che non servono a nulla, secondo una visione produttivistica o di rappresentanza. Come la preghiera. Come l’amicizia, come la poesia, come la musica.
Perciò dobbiamo incessantemente lottare contro il malo spirito della fretta, della sfiducia, del cattivo umore, della eccitazione, della indiscrezione, della negligenza, della vanità, della sciocchezza… e acquistare la compostezza, il coraggio, la serenità, la calma, la discrezione la diligenza, l’umiltà, il grano di sale occorrente in ogni cosa e in ogni parola.
Sorelle Maria di Campello (1875-1961)
Una vita che sia umana deve riguadagnare:
- gli spazi della gratuità relazionale, contro il “ruolismo” indaffarato;
- gli spazi della leggerezza eloquente che recupera significati, contro la ripetizione di formulazioni di vita inerti e seriose, non più feconde;
- gli spazi dell’ordine, contro la dispersione disordinata del cuore e delle cose che facciamo.