Guariento Mario | Domenica Venticinquesima. Matteo 20, 1-16.
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Domenica Venticinquesima. Matteo 20, 1-16.

18 Set Domenica Venticinquesima. Matteo 20, 1-16.

Il paradosso dell’amore: la gratuità. Ancora una volta il Dio di Gesù ci sconcerta. La parabola c’invita a contemplare lo sguardo di Dio. Lo sconcerto verso l’agire di Dio dipende dal posto che ci attribuiamo in questa parabola. Se ci stimiamo lavoratori instancabili della prima ora, cristiani esemplari, che danno a Dio impegno e fatica, che pretendono perché, pensano che Dio e la sua benevolenza si devono meritare, allora possiamo essere urtati dalla larghezza di Dio. Se invece con umiltà, con verità, ci mettiamo tra gli ultimi operai, tra i servi inutili, accanto ai peccatori, a Maddalena e al buon ladrone, a se contiamo non sui nostri meriti ma sulla bontà di Dio, allora la parabola ci rivela il segreto della speranza: Dio è grande nell’amore. Il comportamento del padrone della vigna è provocatorio e non ci meraviglia che desti proteste. Può essere istintivo provare stizza perché un altro trova, non per merito suo ma più che altro per buona sorte, ciò che a noi è stato possibile conquistare solo con dura fatica. Senza voler subito colpevolizzare certi stati d’animo a volte assai aggrovigliati, non è fuori posto riflettere un momento su di essi, perché toccano da vicino il nucleo stesso della vita cristiana: la carità. «Non è invidiosa la carità». (1Cor 13,4).                           

Contro la grande superiorità di un altro non c’è salvezza all’infuori dell’amore.                           

Con s. Gregorio Magno l’invidia entra nel numero dei peccati capitali dei quali è radice la superbia. In questo esercito del diavolo, come egli dice, «ogni vizio ha il proprio esercito. Infatti dall’invidia nascono l’odio, la detrazione, il gusto per le disgrazie del prossimo, l’afflizione per la sua prosperità. L’analisi morale e psicologica che dell’invidia hanno fatto gli autori spirituali ha ancora qualcosa da dirci, perché in un mondo come il nostro, nel quale la concorrenza a volte spietata si manifesta ovunque, non è davvero difficile vedere con tristezza che altri riescono ad avere ciò che per noi resta un sogno. Tristezza è infatti forse il sinonimo più giusto per dire l’invidia. È un sentimento che ha già in sé la sua pena, e denuncia per se stesso la piccineria di chi lo prova, anche se si illude d’essere chissà che cosa. S. Gregorio Magno dice: «Piccolo è colui che resta ucciso dal livore, poiché egli stesso ammette di essere da meno di quello cui porta invidia. Per questo il diavolo invidioso cercò di rovinare il primo uomo, appunto perché si sentiva inferiore all’immortalità di lui.”                                              

Forse si tratta di un esagerato concetto di se stessi mescolato con pregiudizi più o meno avventati nei confronti di quanti sembrano avere più facile riuscita. Se questo guasto non viene portato alla luce non guarirà mai. Qui siamo giunti al cuore della nostra esperienza. Se mi sento amato, se mi sento prezioso, se alle mie spalle c’è un cuore amante, il cuore di Dio, che mi ama anche per la mia storia, per le mie ferite, per tutti i vuoti che porto dentro di me, non c’è posto nel mio cuore per l’invidia. E se mi sento così follemente amato, so che Dio porterà a termine la mia esistenza anche attraverso la mia povertà. Anche a te il Signore dice: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo.