15 Mag Domenica della Ascensione. Matteo 28, 16-20
Gesù, fattosi vicino, parlò loro e disse: « Ogni potere è stato dato a me in cielo e sulla terra. Questa « signoria universale » del Signore risorto è la radice da cui scaturisce l’universalità della fede. Tutto il breve discorso di Gesù è dominato dall’idea di pienezza e universalità. Fare discepoli fra tutte le genti non significa, necessariamente, che tutti debbono convertirsi. Ciò che importa é che il popolo di Dio sia « fra tutte le genti » : magari una minoranza, ma fra tutte le genti. L’espressione « discepolo » nel Vangelo è la definizione più sintetica e corretta dell’esistenza cristiana. Discepolo è colui che instaura una stretta relazione con il Cristo: una relazione personale.
Gesù si definisce il maestro in polemica con i cattivi maestri, come gli scribi e i farisei. Solo in questo nostro passo si dice che i discepoli devono, a loro volta, insegnare, non insegnano qualcosa di proprio, ma solo « tutto ciò che egli ha insegnato ». E’ un insegnamento che fa nascere in noi la gioia, la pace, il calore interiore, la luce.
Ci possono essere anche momenti difficili, di aridità, in cui il raffreddamento del cuore produce tristezza e noia; tuttavia il Signore non ci lascia nelle tenebre.
«Lentamente tu dissipavi le tenebre che erano in me, scacciavi la nuvola che mi copriva, aprivi il mio orecchio spirituale, purificavi le pupille degli occhi del mio spirito. Infine, avendomi fatto come tu volevi, ti rivelavi all’anima mia rilucente, venendo a me, ancora invisibile. E subito tu apparivi come un altro Sole, o ineffabile condiscendenza divina» .
S. Agostino. Confessioni. Questa conoscenza ricca di amore ci sembra lontana dalla vita, l’impegno del cuore per Dio quasi impossibile. Per questo il nostro cammino verso la realtà della vita cristiana deve tenere gli occhi della nostra anima siano fissi sul Cristo, e combattere per mantenere la padronanza spirituale del nostro cuore, ed evitiamo l’amor proprio e l’orgoglio. Solo a poco a poco la grazia potrà dipingere dentro di noi i tratti del volto di Cristo. Attraverso la verità del vangelo, il testimone giunge così alla comprensione della propria personalità, fa chiarezza dentro di sé e giunge a piena maturità. Il vangelo è una verità che, mentre opera una radicale messa in questione della nostra personalità, ci costringe alla decisione e al coinvolgimento, ci costringe a pensarci come aperti e disponibili a Dio. In questa disponibilità in cui la verità passa dal piano della logica a quello di un’appassionata esperienza, chi testimonia trova le ragioni vere della sua vita. È un testimone, non uno spettatore. Chiamati ad essere testimoni, siamo chiamati a portare non delle argomentazioni o delle dottrine, ma noi stessi quale segno della sostanziale differenza di valori fra Dio e il mondo.
Chiamati a testimoniare il vangelo dell’amore di Cristo, siamo impegnati in qualcosa che ha i contorni di un fatto pubblico, di un gesto politico: questo interpreta la fedeltà al vangelo come proposta di un modo di vivere per Dio e per gli uomini che si ispira a quello di Cristo. In questa testimonianza sta tutta la credibilità della chiesa: rendere attuale la viva e trasformante presenza di Cristo tra noi.
Vi è qui la fine di ogni paura, di ogni timoroso rifugiarsi nel vangelo come un luogo sicuro dalla durezza della vita, vi è la fine di ogni ripiegamento introverso. Avendo Cristo come guida, il credente non teme la prova, non teme di perdere la fiducia e la speranza nelle circostanze della vita. Nasce così un sereno coraggio, una tranquilla capacità di un impegno, che attraverso tutte le realtà cerca Dio.