27 Nov Domenica Prima di Avvento- Matteo 24, 37-44
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Vigilare significa innanzi tutto svegliarsi dall’incoscienza. Noi cristiani viviamo nel «sonno» quando, nel concreto, non poche volte i nostri interessi, atteggiamenti e il nostro stile di vita non sono quelli di Gesù. Questo «sonno» ci impedisce di cercare e vivere la presenza misteriosa del Signore in noi e intorno a noi. Senza questa sensibilità non è possibile camminare sulle tracce di Gesù.
Se non ci svegliamo, a noi tutti può avvenire come a quelli della parabola che ancora, alla fine dei tempi, chiedevano: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Erano ciechi e non si accorgevano che Il Signore era loro. È il grande rischio di noi cristiani: adagiarci nelle nostre credenze, «abituarci» al vangelo e vivere addormentati nell’osservanza tranquilla di una religione spenta.
Non basta conformarci «correttamente» alla tradizione. Dobbiamo radicare la nostra fede nella persona di Gesù, rinascere dal suo spirito, lasciarci plasmare dall’ amore che è qualcosa di simile alle impronte di Dio nelle quali cerchiamo di camminare, anche quando scopriamo che camminare in queste impronte significa andare in luoghi dove abbiamo paura di andare. Allora scopro che la ragione per cui posso vedere Dio, è che Dio è chiaramente in me, davanti a me, in tutti. Quello di cui c’è bisogno è che ci siano sempre più persone lucide che abbiano il coraggio di introdurre senno in mezzo a tanta follia, senso spirituale in mezzo a tanto vuoto, calore umano e solidarietà in tanto pragmatismo senza cuore.
Della frivolezza potremo liberarci solo svegliandoci dall’incoscienza; è proprio questo il grido del vangelo: «Svegliatevi. Scuotetevi dal sonno. Siate lucidi’.
La vita ci chiede di diventare capaci di fare silenzio, perché è solo nel silenzio che costruiamo noi stessi, che facciamo di noi persone nuove per non agire sempre allo stesso modo, per crescere ed evolvere. Coltivare spazi di silenzio e di ascolto di se stessi è realmente un’esigenza dell’umanità: con i mezzi di comunicazione che stanno modificando le nostre strutture interiori, viviamo in condizioni che favoriscono l’esteriorizzazione della nostra vita. Vivere il silenzio significa revisione e recupero del nostro passato, trasmissione di misericordia nei confronti di persone con cui abbiamo vissuto momenti negativi, attesa del futuro. Sono i periodi di silenzio della nostra vita in cui scorgiamo le dinamiche, le ragioni e le connessioni profonde tra le nostre scelte e le loro conseguenze. Gesù poi ci invita a pregare. Preghiera per me significa scoprire chi sono e chi è Dio in me, così che io possa vivere la mia vita a partire da questa conoscenza.
Questo è ciò che mi consente di «pregare incessantemente», cioè di vivere senza fare calcoli o cercare di risparmiare il mio tempo. Allora non mi aspetto più che una divinità operi per me, ma conto di spendere i miei giorni lavorando per l’affermazione della vita, per la pienezza dell’amore, per il rafforzamento dell’essere. Vale a dire, conto di fare il lavoro di Dio, un Dio che vedo in Gesù di Nazareth, che si rivela nella personalità di ciascuno. Questo Dio è presente nell’amore di ciascuno e lo s’incontra nell’essere di ciascuno.
Questo Dio mi chiama costantemente a essere l’incarnazione del suo amore, un testimone della realtà della sua vita, ad essere uomini e donne compiuti, figli di Dio.