20 Nov Domenica 34. Festa di Cristo Re. Luca 23, 35-43
«È re non chi ha autorità sulle persone in virtù del suo potere, bensì colui che con la sua vicinanza è fonte di felicità; egli dispone come fosse naturale di tutto il ‘potere’ che una persona possa mai avere su un’altra, ma possiede tale potere proprio perché non intende rivendicarne per sé alcuno. Ciò che egli vuole, se è veramente re, è soltanto promuovere la vita dell’altro» (E. Drewermann).
Cristo Gesù è re perché, obbediente fino alla morte di croce, si carica dei peccati dell’umanità e ne fa la sua corona regale simbolo del suo regno di misericordia: egli è re perché perdona.
L’Eucaristia che celebriamo è lo spazio e il trono di questa «regalità» donata che si fa «servizio» per amore: Pane per essere mangiato e Parola per essere ascoltata e condivisa.
Con la nostra povertà Cristo impasta il pane caldo del suo Regno senza fine. Tanta gente semplice che ha vissuto la propria religiosità senza secondi fini, ma con coscienza e carità, passerà davanti ad esperti e sapienti che con i loro distinguo non si sono mai sporcati le mani, né hanno coinvolto la loro vita, ma si sono sempre assopiti nella penombra del trono del potere. Allo stesso modo, molti non credenti hanno servito Cristo senza saperlo, rifiutando spesso il Cristo caricaturale dei cristiani, ma non il Figlio dell’uomo che nel giorno del giudizio riconosceranno senza problemi perché lo vedranno nel volto degli uomini e delle donne che anno servito e per i quali hanno lottato. Gesù di Nazareth è il Signore, è nostro indistruttibile amore attorno al quale vogliamo legare la vita, al quale non ci vogliamo aggrappare, ma vogliamo abbandonarci.
Gesù è re perché rialza chi è caduto, perché restituisce dignità a chi l’ha smarrita lungo la strada. È re quando lava i piedi e solleva i deboli, i fragili, gli esclusi che non si sono mai sentiti a posto, puliti, degni di nulla. È re quando spezza i pesi messi sulle spalle da sacerdoti che confondono santità con legge, legge con lo Spirito. È re quando rimette in piedi i paralitici dell’anima: coloro che non riescono più a muovere un passo perché fatti schiavi da paure, fallimenti, sensi di colpa che generano disperazione e non gioia. La regalità di Gesù apre sentieri di libertà e a chi lo segue chiede di vivere il presente come luogo di costruzione di un regno nuovo, di condividere invece di trattenere, di offrire la vita invece di consumarla, di rompere norme sterili invece di imporle, di servire invece di servirsene. Il vero re non è colui che proclama la verità dall’alto, ma chi la rende vita nella propria carne, nella quotidianità, nei gesti minuscoli che odorano di umanità.
Gesù è re non perché non ha bisogno di nessuno. Egli sa e insegna che l’amore si regge su una misteriosa reciprocità. Abbiamo bisogno dell’altro per scoprire la strada che porta a noi stessi, e quindi alla gioia che non delude. Solo nell’amore donato e ricevuto si disvela chi siamo davvero. E lì, in quel varco di luce, il suo regno prende forma.