Guariento Mario | LECTIO MARCO 10, 17-31: IL GIOVANE RICCO.
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
289
post-template-default,single,single-post,postid-289,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

LECTIO MARCO 10, 17-31: IL GIOVANE RICCO.

08 Ott LECTIO MARCO 10, 17-31: IL GIOVANE RICCO.

«Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli chiese…».

Gesù è sempre in cammino.  Arde in lui il desiderio di fare conoscere il volto amoroso del Padre, fare sentire la vicinanza del Padre a questa umanità.

Questo anonimo uomo è stato molto impressionato da ciò che ha sentito raccontare di Gesù e quindi si è deciso a chiedere proprio a Gesù la risposta al problema di fondo che lo assilla certamente da molto tempo.                                                                                                   

Definendo Gesù «Maestro buono» l’uomo ricco crede di avergli detto tanto, di avergli riconosciuto un valore eccezionale, una qualità eccezionale. L’interrogativo che fa a Gesù «che cosa farò, che cosa dovrei fare per ottenere la vita eterna?» è lo stesso interrogativo che, secondo la tradizione ebraica, si poteva porre ed è stato posto a Hillel e a Shammai da un pagano. Shammai fu interrogato per primo dal pagano e rispose in modo molto duro al pagano, imponendogli di imparare e di applicare tutti i comandamenti, uno dopo l’altro.

Allora questo pagano – prosegue una tradizione ebraica – andò da Hillel ponendogli la stessa domanda e Hillel rispose sintetizzando tutti i comandamenti nell’unico comandamento e aggiungendo: tutto il resto è commento. Siamo dunque in un’ atmosfera e in un contesto che rende più familiare al mondo ebraico questa pagina del Vangelo di Marco.

Gesù viene interrogato:

«Maestro buono, cosa dovrei fare per ottenere in eredità una vita che abbia le caratteristiche del tempo eterno?».

Questo  interrogativo costituiva il « respiro» quotidiano del credente, un respiro che andava di pari passo con la certezza della promessa  che il Signore aveva garantito.

Certamente Gesù non era allora l’unico rabbi, l’unico maestro in Israele. Si conoscono i due grandi rabbi della generazione immediatamente precedente a Gesù, che hanno lasciato il segno in tutta la tradizione ebraica: Hillel e Shammai.

Hillel era considerato un maestro accondiscendente, che interpretava la Legge in favore dell’uomo; riusciva a piegare la Legge verso l’uomo.

Shammai, invece, era piuttosto un maestro che voleva il rigore dell’applicazione della Legge, quindi era il rappresentante di una corrente un po’ più rigida: non era la Legge che si piegava verso l’uomo, ma era l’uomo che doveva piegarsi sotto la Legge.                                                        

Gesù molto probabilmente si inserisce nella linea di Hillel, perciò la fama di Gesù è una fama che lo rende attraente alla povera gente che sente troppo pesante il giogo della Legge, intesa in senso legalista. La bontà riconosciuta a Gesù lo poneva in linea forse con la bontà riconosciuta a Hillel e al suo metodo interpretativo della Torah.

Signore: « Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Dunque, non si tratta di una persona che disattende i comandamenti, ma piuttosto di qualcuno che li ha fatti diventare vita della propria vita. E tuttavia deve ammettere che anche la più scrupolosa osservanza non è sufficiente a garantire la sicurezza dell’ eredità.

Dunque è l’interrogativo di una persona seria, non di un superficiale.                                 

È l’interrogativo di un credente onesto.

Quest’uomo aveva certamente vissuto onestamente il suo rapporto con Dio, ma rimanendo vincolato all’interno di uno schema mercantile. E’lo schema mercantile, per quanto permetta di «contare il soldo», non garantisce l’esaudimento che si attende il cuore.

Se tutto è ridotto a mercanteggiamento, decade la relazione da persona a persona. È proprio su questo punto che adesso Gesù sfida il suo interlocutore, portandolo a compiere un passaggio radicale: dalla visione del rapporto con Dio, sperimentato tutto all’interno dello schema mercantile, a una visione fondata invece sulla relazione d’amore.

Allora certamente si cercherà di dare tutto ciò che l’amato o l’amata richiede. L’autenticità del rapporto non si fonda sulla risposta che se ne ottiene.

Così Gesù così parlava ad una mistica:

Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile: ti prenderò persino il poco che hai perché ti ho creato soltanto per l’amore.

Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il re dei re!

Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi.

Voglio che tu faccia l’azione anche più insignificante solo per amore.

Conto su di te per darmi gioia.

Non ti preoccupare di non possedere virtù; ti darò le mie.

Quando dovrai soffrire, ti darò la forza.

Mi hai dato l’amore, ti darò il saper amare al di là di quanto puoi sognare.

Ma ricordati: amami come sei.

« Gesù, fissato lo, lo amò» «emblépsas» dice il testo greco, «lo guardò dentro».

È il punto centrale di tutto il racconto. C’è una tradizione manoscritta latina, che cerca di esplicitare questo verbo aoristo greco egàpesen, aggiungendo:osculatus est eum, e lo baciò ».

Lo sconvolse fino alle viscere, lo fissò, lo penetrò con lo sguardo e con un bacio gli manifestò l’amore. Niente di più naturale che manifestare l’amore attraverso un bacio. Dunque Gesù gli dichiara il suo amore. Sono finiti tutti i giochi.

È qui che il giovane viene sconvolto. Finché rimaneva all’interno della Legge tutto sembrava sereno e controllabile, eccetto ovviamente quell’ interrogativo che rimaneva celato nel fondo dell ‘anima rendendolo insoddisfatto.

Ma per il resto andava tutto bene. Poteva andare a fronte alta, come il fariseo della parabola di Luca davanti al tempio, convinto di aver fatto tutto ciò che era comandato, a differenza del pubblicano rimasto nel fondo del tempio (Lc 18,9-14).

Poteva presentarsi con orgoglio davanti a Dio come davanti agli uomini.

…una sola cosa ti manca»: Ciò che ti manca sono « lo»

Hai tutto, ma ti manca l’amore; hai fatto tutto ciò che era preliminare; ti manca di concludere queste nozze.

Il modo concreto con cui quest’uomo può consumare le nozze è la sequela di Gesù. È la proposta per il giovane ricco, è la proposta per Israele ed è la proposta per ogni discepolo.

Può anche essere la proposta per noi. Ci siamo preparati un’intera vita e quando siamo sulla soglia in cui ci viene semplicemente chiesto di fare l’ultimo passo, espropriarci per poter incontrare, vivere l’intimità con lui, ecco cosa ci può succedere:

«Egli rattristatosi a causa di questa parola  se ne andò amareggiato».

Secondo il suo giudizio Gesù gli ha chiesto troppo, rivelando cosi un fondo di tiepidità che Gesù non si aspettava. Deve aver faticato davvero molto questo uomo se fin dalla giovinezza si è preoccupato di custodire bene i comandamenti del Signore; ma in realtà ha vissuto la sua vita con tale e tanto volontarismo e legnosità che, quando Gesù gli ha proposto il fuoco, si è ritrovato lontano.

Questa tristezza e questa amarezza del giovane ricco sono una tristezza e un’amarezza che poi intaccheranno in fondo Gesù stesso. La tristezza è contaminante. Il cuore di Gesù deve essersi sentito veramente ferito da questa incapacità del giovane ad accettare la sua proposta.

Qui Marco parla della tristezza dell’uomo ricco, ma noi possiamo facilmente immaginare anche la tristezza umana di Gesù.

Il dramma di questo povero uomo «ricco» è tutto nelle parole conclusive di Marco: «Rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni» (Mc 10,22).

Era vissuto di amore, sì, ma per i propri molti beni. Tutte le sue energie interiori, anche quelle affettive, le aveva sottomesse a questi molti beni, che gli avevano assorbito tutti i pensieri e gli avevano catturato il cuore.

Forse proprio l’aver constatato che si era completamente lasciato soggiogare dalle ricchezze aveva spinto il giovane a chiedere a Gesù una via di uscita. Eppure, nonostante che Gesù lo avesse poi penetrato fino in fondo con lo sguardo e gli avesse platealmente dichiarato amore, la corazza entro cui si era lasciato rinchiudere era talmente spessa che non si era minimamente scalfita.

Gesù stesso ne rimase sconcertato.

Egli vuole scelte e adesioni totali. Mio Dio e mio tutto!

Ci troviamo così nella seconda parte del testo. Lo sguardo con il quale Gesù aveva penetrato il cuore di quell’uomo, ora lo volge intorno a sé. Periblepsamenos, dice il testo greco, «guardando intorno» disse: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!»

Tutta la tradizione ebraica aveva insistito sul nesso preciso che correva tra l’ osservanza della Legge e la realizzazione delle promesse. Da sempre si era creduto che le ricchezze dovessero essere considerate segno della benevolenza di Dio e della sua risposta.

Adesso, invece, si rivelano come una «trappola », diventano un labirinto inestricabile. Si capovolge tutto. Ecco perché i discepoli cadono con la faccia a terra: ethambounto.

Ci troviamo di fronte a qualcosa di estremamente nuovo,  Gesù non torna indietro, si intenerisce di fronte a questi discepoli che cadono con la faccia a terra e li chiama tekna, «figli miei ». Gesù si intenerisce, perché si rende conto di averli veramente sconvolti utilizzando un linguaggio così tagliente, dopo un rapporto non compiuto con l’interlocutore umano: «Figli miei, tekna, quanto è difficile fare spazio alla regalità di Dio nella vita! ».

È difficile non assolutizzare i mezzi, gli strumenti. È difficile sfuggire alla tentazione idolatrica che rimane sempre in agguato, e ci sollecita continuamente a dimenticare il regno di Dio per costruire istituzioni il più possibile «perenni», ma secondo i criteri delle persone.

Impossibile, ma non presso Dio!

La risposta a questo dilemma insolubile si trova in quel participio che l’evangelista aveva utilizzato già prima, quando aveva parlato di Gesù che aveva fissato il suo interlocutore. Di nuovo Marco scrive: «Fissandoli dentro, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”»

Adesso non è più soltanto «difficile », ma addirittura «impossibile ».

Sembra che l’evangelista abbia voluto spingere la situazione fino all ‘umiliazione totale delle nostre pretese: impossibile! Non vi illudete. Impossibile, dunque, «ma non presso Dio. Perché tutto è possibile presso Dio ».

Questa salvezza è molto libera, perché viene dall’amore. Ma l’amore fa miracoli. Solo l’amore, infatti, trasforma le persone, dentro e fuori di sé, trasforma la vita e trasforma la società. È ciò che Marco ci fa constatare nella terza parte della pagina, facendo intervenire Pietro:

« Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» .

Gli esegeti si divertono nel far notare che in realtà Pietro non ha lasciato affatto tutto, perché aveva ancora la casa, la suocera e aveva addirittura ciò di cui sfamare Gesù.

  Tuttavia si può sostenere che Pietro ha veramente lasciato tutto, perché ha dato il cuore a Gesù, mettendo a sua disposizione anche tutto ciò che aveva. Ha utilizzato i suoi beni, le sue ricchezze, anche i suoi affetti, in modo che Gesù ne potesse fruire tranquillamente.

E qui si nasconde la sapienza della vera vita cristiana.

La testimonianza che fornisce la sapienza della vita cristiana è paragonabile a quella di Pietro: la casa è a disposizione di tutti, i doni sono a disposizione di tutti. È ciò che noi viviamo all ‘interno della nostra esperienza di ospitalità, quando accogliamo  gli ospiti come fossero Gesù stesso in persona.

San Benedetto diceva: Il monastero è come una casa sempre aperta  e l’ abate deve essere pronto a rompere anche le regole rigide del digiuno o del silenzio per poter accogliere degnamente l’ospite.

Dunque, ci troviamo in condizioni molto simili a quelle di Pietro e questo deve darci molta gioia, perché ci fa vivere le cose che sono a nostra disposizione con libertà. Se noi ne vivessimo con egoismo, allora saremmo irretiti nella stessa situazione dell’ interlocutore descritto da Marco, che non si è lasciato amare.

…«non riceva già al presente cento volte tanto». Questo riferimento «al presente» è una cosa bellissima, perché ci rende consapevoli di una realtà di cui siamo tutti testimoni: la bellezza di poter vivere tra fratelli e sorelle in modo sereno, libero e semplice.

Tutto questo, però, «assieme a persecuzioni».

È necessario tener presente anche questa dimensione, perché viviamo in una situazione concreta profondamente inserita all’interno della nostra terra, della nostra storia; con tutte le incomprensioni, le invidie e le aggressività che questo comporta. Anch’ esse fanno parte del nostro essere dentro questo mondo, dentro questa storia.

Nel futuro avremo la piena partecipazione alla vita di Dio, ma adesso si tratta solo di un anticipo, di una caparra. Si tratta, certo, di vera esperienza paradisiaca, ma senza grosse illusioni e senza neppure troppo scandalo. La comunità religiosa è una comunità di persone in cui si può verificare qualche «cedimento », che può arrivare qualche volta perfino al tradimento.

Anche Pietro ha tradito. Possiamo dire di aver certamente sperimentato anche noi, tutti noi, la realtà amara di simili tradimenti, eppure tutto questo non muta la realtà di fondo: la nostra è un’esperienza vera di paradiso.

La massima finale del testo ci prospetta un futuro escatologico, che in realtà attraversa tutta la pagina di Marco. C’è un modo di compiersi delle cose che capovolge i progetti umani, che mette per primi gli ultimi e fa retrocedere i primi all’ ultimo posto. Perché?                                      

«Perché così è piaciuto a te ». Non esiste una risposta logica, così come avviene nell’ amore: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te ». Ci mette il dito sulla bocca e ci permette solo di adorare in silenzio la sua bellissima, misteriosa, straordinaria dichiarazione d’amore.