Guariento Mario | Domenica XXXIII. Luca 21, 5-19
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Domenica XXXIII. Luca 21, 5-19

11 Nov Domenica XXXIII. Luca 21, 5-19

Tutte le manifestazioni di Dio nella Scrittura sono accompagnate da segni cosmici (fuoco, vento, turbine, nubi), quasi a dire che la natura stessa accompagna il Signore della Storia come una corte regale. Queste immagini sono comprensibili dal mondo ebraico, ma sono assurde per la nostra cultura; Luca tuttavia vuole sottolineare lo scontro tra i popoli e la persecuzione dei discepoli, che diventa così una solenne testimonianza perché fondata sulla non-violenza e sull’abbandono allo Spirito di Dio che suggerirà le parole necessarie a tempo opportuno.
Ciò che viene chiesto è la perseveranza, cioè la fedeltà disarmata e dinamica: alla fine supererà ogni difficoltà. La persecuzione diventa così la chiave di comprensione del mondo escatologico perché vi sono uomini e donne che rischiano la vita in vista di un appuntamento con il Signore della vita. I cristiani stabiliscono così il rapporto tra risurrezione ed escatologia perché la fine del mondo non è altro che la risurrezione di Gesù estesa all’universo intero come afferma Pierre Teilhard de Chardin mistico, definito «il pellegrino dell’avvenire».
Di fronte alla magnificenza del tempio, illuminato dal sole, si resta d’incanto e abbacinati da tanto splendore. Gesù dice: non lasciatevi ingannare dalle apparenze che sono effimere, non accontentatevi della superficie che porta solo polvere, non fermatevi al significato
immediato e più evidente. Ogni apparenza è un camuffamento della realtà. I capi del popolo, infatti, insieme ai sommi sacerdoti e agli scribi si lasciano ingannare dalla maestosità del tempio di cui sono parte, ma non sanno andare oltre le pietre splendide e gli ornamenti d’oro, perché non sanno cogliere la Presenza di Colui che abita «nel» tempio. Essi hanno
identificato se stessi con la magnificenza e ne sfruttano la visibilità, ma hanno dimenticato Dio che è dentro il tempio. La prova di ciò è che sono tesi solo a difendere il loro potere e non a conoscere i segni che Dio manda: essi vogliono uccidere Gesù perché destabilizza il loro autoritarismo e ristabilisce l’autorità di Dio, riportandoli nell’alveo della loro funzione: servi di Dio e servi del popolo. Se avessero avuto stima e ammirazione per il tempio avrebbero dovuto interrogarsi sulle parole e sulla predicazione di Gesù, il quale parla con autorità e in ogni atteggiamento si appella a Dio e non ad un suo tornaconto.
Dio è presente e attivo nella storia e ci ha dato lo Spirito per cercare e trovare il suo volto e scorgere i segni del suo cammino con noi. Egli ci guida fino alla fine che sarà una fine senza fine. Anzi, ci guida «al fine ultimo» della nostra vita terrena che è l’anteprima della vita senza fine nella contemplazione del Volto di Dio, in cui sapremo riconoscere e amare i volti che sulla terra ne hanno formato l’immagine.
Guardiamo la Storia, viviamola con tutto l’impegno e l’interesse che merita, senza preoccuparci di cosa accadrà o non accadrà. Lungo il cammino però impariamo sempre più a leggere i segni dei tempi, senza mai fermarci alla superficie di ciò che appare: quando verranno falsi messia e diranno «Sono io» come soluzione alternativa, andiamo alla ricerca di Gesù di Nazareth che ha detto «Io-Sono», garantendo così la sua identità, ma anche la nostra.
L’Eucaristia è il sacramento dei penultimi tempi: corroborando le nostre forze e alimentando la nostra speranza, ci insegna a vedere oltre le apparenze del pane e del vino e della parola per incontrare colui che in questi segni è significato e creduto.
Vivere l’Eucaristia significa esercitare la profezia che presente e futuro stanno saldamente nelle mani di Dio, verso il quale noi siamo pellegrini senza ansia che corrono all’appuntamento dell’eternità. Qui è la sorgente. Qui è la visione e qui sta la nostra testimonianza e la nostra libertà dal demone della superficialità dell’apparire per chi non si è. Possiamo ingannare gli altri, ma non possiamo ingannare noi stessi e tanto meno Dio. La lotta primaria tra il bene e il male, tra il grano e la zizzania sta nel nostro cuore, là dove si annida la grazia e sulla soglia sta accovacciato il peccato, pronto a ghermire chi è disposto ad abbassare la vigilanza.
In questa domenica conclusiva dell’anno che ci proietta nella teologia del «già …, ma non ancora», assaporiamo Eucaristia, Parola-Pane, per nutrirci lungo il cammino che ci porta come
Elia al Monte Oreb «perché è troppo lungo per te il cammino» e «non ancora compiuto».”