Guariento Mario | Domenica quinta del T.O. Matteo 5, 13-16
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Domenica quinta del T.O. Matteo 5, 13-16

05 Feb Domenica quinta del T.O. Matteo 5, 13-16

Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; Voi siete la luce del mondo.                               

Il credente, illuminato e confortato da questa parola, comincia anche a rivelare agli altri la bellezza di una vita che sta tutta tra le braccia del Padre e che Egli custodisce gelosamente per una eredità che nessuno potrà rapirgli. Si può allora capire perché Matteo ha inserito qui le parole di Gesù sul « sale della terra» e la «luce del mondo », che si trovano in contesti diversi presso Marco e Luca. Queste parole mettono in chiaro la bellezza dei discepoli, perseguitati per aver acconsentito a ricevere da un Altro la loro felicità. Rendendo testimonianza al regno con la parola e le opere, i discepoli danno all’intera umanità il suo vero valore e il suo gusto autentico. Le persone semplici che ascoltavano Gesù percepivano in tutta la sua freschezza il simbolismo racchiuso nel sale, e comprendevano che il vangelo può mettere nella vita dell’essere umano un sapore e una «grazia» sconosciuti.                                                                   

Frequentemente cerchiamo in modo angoscioso e ossessivo di divertirci, senza trovare in noi una vera fonte di vita. Forse siamo caduti in una «anemia di vita interiore» che ci impedisce di sperimentare e vivere la vita di ogni momento in modo più intenso, gioioso e fecondo.
Per essere «sale della terra», l’importante non è l’attivismo, l’agitazione, il protagonismo superficiale, ma «le buone opere» che nascono dall’amore e dall’azione dello Spirito in noi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Siamo venuti al mondo ma non ancora alla luce. Nati a metà necessitiamo di portarci a compimento. Il Mistero che ci abita opera come potenzialità lasciando a noi però il difficile compito di portarci alla luce attraverso ciò che siamo, il nostro mondo fisico e psichico, la nostra cura interiore e il nostro amore. Le nostre azioni e le nostre parole.

Sì, anche le parole dette, o non dette, contribuiscono a portarci alla luce. Anche le parole hanno a che fare con l’energia divina che ci muove e ci abita.

Le parole costruiscono, edificano, forgiano relazioni, creano mondi. Non solo per chi le pronuncia ma anche per chi le accoglie. E di contro feriscono, distruggono, ammorbano chi le dice e le riceve. Ci sono contesti in cui le nostre parole posseggono questa forza divina, generativa. Oppure, sono in grado d’annullare, ferire, immobilizzare, anche edificare, ma muri. Insomma la parola e la possibilità di proferirla, prerogativa questa eminentemente umana, non è mai neutra e indifferente.

La parola del vangelo di oggi desidera essere un semplice strumento per abitare le parole, frequentare i mondi che queste presentano, contribuendo così al nostro compito esistenziale: venire alla luce di noi stessi, vorrebbero gettare luce negli ambiti legati particolarmente alla fatica del vivere, della crisi, del male e dell’ombra. Recuperandone il senso profondo troppo spesso dimenticato.

Venire alla luce di noi stessi forse non è mai stato così difficile come nell’oggi, dove formalmente possediamo tutto ciò che sembra potrebbe aiutarci. Ma troppo spesso ci siamo sradicati dal terreno fecondo da cui ogni cosa scaturisce, l’Essere autentico, il nostro vero Sé, e le nostre parole si sono ridotte a chiacchiere vuote in quanto non più radicate nel grembo fecondo e fecondante che è il silenzio, non siamo amanti del silenzio da cui ogni cosa vera nasce. Con la conoscenza sapienziale, Dio ci comunica se stesso, il suo modo di pensare e di agire, la sua mentalità, il suo modo di relazionarsi, ci comunica il suo stile di vita, ci rende partecipi della sua vita. E’ una conoscenza che trasforma il vissuto non per un comandamento né per un imperativo etico che proviene dall’ esterno, ma per una relazione che ci ha conquistati e infiammati d’amore, un incontro che ci ha rapito il cuore.