Guariento Mario | Domenica sesta del T.O. Matteo, 5, 17-37
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
1658
post-template-default,single,single-post,postid-1658,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

Domenica sesta del T.O. Matteo, 5, 17-37

12 Feb Domenica sesta del T.O. Matteo, 5, 17-37

“Io sono venuto per dare compimento. Avete inteso che fu detto agli antichi, ma io vi dico.”                                                                     

Gesù si pone come uno che sacrifica la mezza verità per la salvezza della verità intera, che abbandona un apparato di leggi e doveri complesso e colpevolizzante, contesta un concetto incompleto e imperfetto di vita e propone con autorevolezza una vita integrale, unificata e strutturalmente gioiosa, non perfetta. Egli propone un’esplorazione amorosa anche se misteriosa della sua persona e ad aprirci a lui per condividere con lui il segreto della sua stessa vita. Il viaggio della nostra vita ci conduce attraverso deserti e paradisi, viviamo in strane aree di solitudine, di svuotamento, di gioia, di perplessità e di stupore. Ma il viaggio più lungo è il viaggio verso l’interiorità, la coscienza, il significato. “E compito anche del cristiano tener viva nel mondo moderno l’esperienza contemplativa e mantenere aperta per l’uomo tecnologico dei nostri giorni la possibilità di recuperare l’integrità della sua interiorità più profonda, ci ricorda Th. Merton in Diario asiatico, l’ultimo libro scritto prima di morire.  Non finiremo mai di cercare. E la fine della nostra ricerca sarà l’arrivare al punto da cui siamo partiti e il conoscere quel luogo per la prima volta, un progressivo penetrare nella profondità dei misteri di Dio attraverso una sempre più consapevole conoscenza di noi stessi e dei nostri limiti. Soffriamo tutti a vari livelli di un senso di vuoto e di smarrimento, di insoddisfazione e di disagio, di una sottile ma persistente percezione di insostenibilità della vita, che ci accompagna spesso come un’ombra pesante. Ma nel profondo un’eco: “Io sono venuto per dare compimento”.

Abbiamo oggi la consapevolezza di vivere in una fase storica di trasformazione di portata antropologica che ritengo essere alla base di tutte le crisi di identità che soffriamo. Questa mutazione è al contempo interiore e storica, collettiva e personale. Abbiamo tutti urgente bisogno di darci pace, di concedercela nei ritmi troppo frenetici della nostra vita, e di scambiarcela vicendevolmente, affinché possa espandersi a poco a poco anche tra i popoli, le culture, e le religioni del pianeta come nuova forma di relazionalità umana. La pace vera scaturisce solo da un lento e continuo processo di profonde trasformazioni innanzi tutto interiori. Nasce dal dire di si al “io vi dico”. Ecco la proposta che oggi nel vangelo di Matteo Gesù vi fa. Abbiamo bisogno di chiavi interpretative nuove e convincenti, in grado di illuminare il senso del travaglio antropologico-culturale che stiamo vivendo. Sappiamo bene d’altronde che l’uso libero di ciò che ci è più proprio è il compito più arduo che possiamo porci, anche se sicuramente l’unico davvero fecondo, come ha ben precisato il poeta tedesco Friedrich Hòlderlin all’inizio dell’800: offrire un Cristianesimo vissuto nella libertà e nella creatività.                                                                            

Un cammino di autentica trasformazione richiede alcune qualità preliminari. Innanzi tutto umiltà e perseveranza. Riconoscere e trasformare i nostri limiti e le nostre negatività, smettendo di proiettarli sugli altri, sul mondo, o addirittura su Dio, per aprirci alla responsabile, attiva, e volontaria liberazione della pienezza del nostro essere. Accanto all’umiltà, che ci spinge a guardarci dentro con onestà crescente, lungo il cammino ci serviranno molta pazienza e molto coraggio, che a loro volta possono nutrirsi solo di una fiducia sempre rinnovata nella sensatezza del viaggio stesso. Una fiducia viva, in quanto confermata quotidianamente dalla gioia e dal senso di liberazione che ci vengono donati passo dopo passo, e che ci fanno sentire in profondità che questo viaggio è l’unica cosa veramente necessaria: ciò per cui siamo nati e viviamo su questa terra.