Guariento Mario | Domenica quarta di Quaresima. Giovanni 9, 1- 41
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Domenica quarta di Quaresima. Giovanni 9, 1- 41

12 Mar Domenica quarta di Quaresima. Giovanni 9, 1- 41

Gesù veniva da un durissimo scontro, avevano tentato di toglierlo di mezzo. Che cosa poteva avere in cuore Gesù, lo possiamo immaginare.                                                                                              

E «Mentre passava, vide…». Anche se il cieco è ai margini, ignorato, anche se al cieco non esce più neppure un grido, un lamento, anche se a noi, non uscisse più neppure una preghiera… lui vede, lui si accorge. A gridare per Gesù sono gli occhi del cieco. Ti vede nel senso che ha un cuore, il Signore Gesù. Non è uno che passa dall’altra parte. Anche se gli altri tirano dritto e non si fermano, lui no, lui si ferma.

Vede perché ha occhi di compassione. Se non ci sono fremiti di compassione, il nostro non è un vedere. Si discute e non ci si lascia prendere il cuore. Per i discepoli e per i farisei quel cieco non era una persona, era un peccatore. Loro passano e discutono di peccati: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Sono gli uomini della religione, gli uomini che difendono la purezza della pratica religiosa,

come se il peccato fosse la categoria più decisiva della fede. Ma Gesù ha un’altra religione, sovversiva per loro, lui mette al centro l’uomo.

E Gesù sbarazza subito il campo: «Né lui ha peccato né i suoi genitori». Come a dire: non inaridite la fede, non impoveritela in una questione di peccati. La fede è vedere l’opera dell’amore di Dio.

La categoria del peccato – che sembra in apparenza religiosa – rende ciechi. Sei cieco davanti all’altro, perché neppure ti sfiora il suo caso personale. Sei cieco davanti a Dio, e non vedi lui che opera al di là della tua osservanza e tu non te ne accorgi. Immaginiamo questo cieco mentre se ne va, guidato da qualcuno o solamente dal suo bastone, a occhi chiusi, verso la piscina di Siloe. Si lava e acquista la vista. Ma non acquista una luce solo negli occhi, è una luce dentro, che lo porta a scoprire la realtà di colui che gli ha aperto gli occhi. E questa illuminazione, questa luce interiore, il lume del suo sorriso balenante tra la folla anonima diventa nel suo cuore uno sfolgorio di giovane sole e lo rende libero, coraggioso nei confronti dei farisei, legati alla loro presunzione, ignari del profumo della vita.

Il cieco lo vediamo come rinascere. Lui le cose le ha sempre viste attraverso gli occhi degli altri, attraverso i loro racconti, ora a quelle cose, che per lui erano semplicemente nomi, dà vita, dà concretezza, dà figura, non sono più cose da tastare, sono colori, il colore della vita. La fede ti accende in umanità. Ti fa vedere anche il lato invisibile della vita, l’altra faccia della realtà.                                  

Gesù mette sulla nostra pelle le sue mani, le dita che ci accarezzano. La spalmatura tenera del fango sugli occhi diventa nel racconto quasi un rito, il rito della luce. Questa si è annidata dentro, e non solo negli occhi, ma anche nel cuore, nella mente e lo fa libero e luminoso. Anche oggi, come sempre, è in atto il tentativo di rubarci la luce, la luce della coscienza, dell’intelligenza, dell’evidenza, per farci succubi, arresi, gregari. Abbiamo bisogno di luce negli occhi della mente per resistere alla grande macchinazione dell’inganno, della menzogna, della manipolazione.

Contempliamo la tenerezza di Gesù che viene a sapere che il “già cieco” l’avevano buttato fuori dalla sinagoga e va a cercarlo. Infinite volte Gesù va a cercare tutti quelli che dalle varie inquisizioni sono stati spietatamente espulsi. Gesù è quell’uomo che si accorge di te, che ti accarezza con tepore di mani amanti. Il suo tocco accende in cuore la gioia sfavillante dell’amore, la fragranza di un’estasi.                                                                                                          

La bellezza del racconto è in queste poche righe, dove splende l’umanità. Sì, da questo sguardo prendono a veleggiare i nostri sogni, le nostre attese come caravelle che si erano addormentate. Gli occhi, i nostri occhi, riposano nella bellezza di queste due piccole isole abitate dall’amore e da colui che è la luce.